Il Crocefisso

e la vita cristiana

 

Il messaggio del Nuovo Testamento

 

di  tecle vetrali

 

 

            Se vogliamo caratterizzare come cristiano un luogo o un oggetto lo contrassegniamo con una croce. Già questo fatto ci indica che il mistero di Gesù crocefisso costituisce il fondamento, il nucleo e la rivelazione del mistero della vita cristiana. Per comprendere chi è un cristiano e chi è la chiesa dobbiamo guardare al Crocefisso. La croce è il punto di riferimento per verificare la nostra identità cristiana. Purtroppo, talvolta siamo tentati di porre uno schermo alla luce della croce per tuffarci esclusivamente nella luce della risurrezione, quasi che la croce fosse solo un inevitabile e doloroso incidente, superato e fatto dimenticare dalla gloria della risurrezione. Ma sappiamo che ciò non è possibile. Lo stesso Gesù, quando appare risorto ai discepoli si fa vedere con i segni dei chiodi e della lancia che devono essere toccati per non venir dimenticati (Gv 20,27). E la visione che apre gli avvenimenti drammatici dell’Apocalisse ci presenta Gesù, padrone della storia, sotto forma di un agnello ritto in piedi, quindi vivo, ma sgozzato, cioè con i segni della passione ancora evidenti (Ap 5,6). Il mistero della croce di Gesù, quindi, è una realtà vivente e tuttora operante.

            Uno sguardo sommario ad alcuni scritti del Nuovo Testamento ci aiuterà a capirne la portata.

 

Il Crocefisso nell’annuncio della chiesa primitiva o Kerygma

 

            Il nucleo fondamentale del mistero di Cristo lo troviamo nella prima predicazione degli apostoli, sintetizzata in quello che viene definito il Kerygma, attestato da Paolo nella prima lettera ai Corinti (1 Cor 15,3-5) e nei discorsi di Pietro negli Atti degli Apostoli[1].

            E’ importante notare come l’annuncio della morte di Cristo ha avuto uno sviluppo nell’annuncio della chiesa primitiva.

            Nei discorsi degli Atti degli Apostoli il kerygma è articolato attorno ad un nucleo costituito dal binomio: “Voi l’avete ucciso – Dio lo ha risuscitato” (cf. At 2,23s.32; 3,13-15; 4,10; 5,30s; 10,39), con accento sulla seconda parte del binomio, che sottolinea l’iniziativa potente di Dio che ha risuscitato Gesù Cristo. In questi discorsi la risurrezione è il tema posto in maggior rilievo e spesso ritorna anche due volte nello stesso discorso. La morte di Gesù è nominata sempre unita alla risurrezione. I riferimenti scritturistici sono più sviluppati per la risurrezione, mentre sono più generici per la morte di Gesù. In questi discorsi non è posta una diretta relazione fra la morte di Gesù e la remissione dei peccati (non è detto: è morto “per” i nostri peccati); però, nel medesimo contesto della morte di Gesù è ricordata anche la remissione dei peccati, nel nome di Gesù (cf. At 2,38; 3,19.26; 4,12; 5,31; 10,43; 13,38).

             Della morte di Gesù è detto solamente che fu “secondo il piano e la prescienza di Dio” (At 2,23). Ciò si spiega anche in considerazione dei destinatari del primo kerygma, che appartenevano al mondo giudaico (palestinese ed ellenistico), per i quali era più familiare l’attesa di un messia dalle caratteristiche del Figlio dell’uomo dell’apocalittica (cf. il capitolo 7 di Daniele) che non la figura del Servo sofferente di Isaia. Uno dei riferimenti più chiari alla morte di Gesù lo troviamo nel secondo discorso di Pietro, con una allusione quasi esplicita ai canti del Servo sofferente di Is 53,4ss: “Dio ha glorificato il servo suo Gesù … voi rinnegaste il Santo e il Giusto … Dio in tal modo ha compiuto quel che aveva predetto per bocca di tutti i profeti, cioè la passione del suo Messia” (At 3,13-15.18).

            In quello che viene definito il kerygma paolino (1 Cor 15,3-5) abbiamo una formulazione più equilibrata nell’enunciazione dei due termini del binomio del kerygma: Cristo morì / per i nostri peccati - secondo le Scritture - e fu sepolto; è (stato) risuscitato / il terzo giorno - secondo le Scritture – e apparve a Cefa …. In questa formula, che consta di due membri perfettamente simmetrici, sono presenti due enunciazioni fondamentali: morì - è (stato) risuscitato. Attorno alle due enunciazioni fondamentali sono articolate, in parallelismo, altre affermazioni esplicative: morì è specificato da per i nostri peccati e è (stato) risuscitato è specificato da il terzo giorno. Ambedue gli eventi, poi, sono inseriti nel piano della salvezza: secondo le Scritture. Infine, di ambedue gli eventi è offerta una constatazione verificabile: fu sepolto – apparve.

Questa formulazione è certamente molto antica, come prova il linguaggio che non corrisponde a quello tipicamente paolino: è una formula che, almeno nel suo nucleo, Paolo deve avere ricevuto e trasmesso[2]. Qui vediamo armonicamente inserito un motivo assente nei discorsi degli Atti degli Apostoli: Gesù è morto per i nostri peccati. Stando all’uso paolino, possiamo leggere l’espressione nel senso che non solo i peccati sono stati la causa della morte di Cristo, ma che egli si è offerto alla morte al fine di espiarli e cancellarli (cf. Ga 1,4; Ro e,25; 4,25; 8,3).

Il messaggio della croce, quindi, appartiene al nucleo del Vangelo, fin dalla prima predicazione apostolica. Non per niente Paolo definisce il suo kerygma “il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi” (1 Cor 15,1).

 

Il Crocefisso nel messaggio dei Vangeli sinottici

 

            Il racconto della passione è l’apice e la parte più sviluppata della narrazione dei vangeli. Non è solamente la conclusione, ma è soprattutto il momento nel quale la missione di Gesù trova il suo compimento e la sua pienezza. Non per niente il Vangelo di Marco è stato definito come un racconto della passione preceduto da una lunga introduzione[3].

 

Marco[4]

 

            In Marco, ritenuto il più antico nella sua redazione, fin dall’inizio tutto il Vangelo è teso verso la passione: “verranno giorni in cui lo sposo verrà tolto” (Mc 2,19s); subito incominciano le cospirazioni per toglierlo di mezzo (Mc 3,6) e Gesù entra in un progressivo isolamento. E’ soprattutto la triplice predizione della passione, nella seconda parte del vangelo, a segnare le tappe progressive che portano alla croce (cf. Mc 8,31; 9,31; 10,32-34)[5]. Particolarmente significativa è la prima delle tre predizioni, perché attribuita a una tradizione anteriore a Marco e perché costituisce il nucleo della lettura del mistero della croce che circolava nella chiesa delle origini.

            Tutte e tre le predizioni sono unite al motivo del viaggio di Gesù verso Gerusalemme e mostrano un interesse marcatamente cristologico, cioè legato direttamente alla persona e alla missione di Gesù, più che sugli effetti derivanti dalla sua morte; inoltre, specialmente la prima e la terza, sono legate al motivo della sequela, cioè, parlando del suo viaggio verso la croce Gesù invita i discepoli a seguirlo; ma tutte restano incomprese, cioè, non entrano negli ambiti di una logica umana.

            Particolarmente significativi sono alcuni particolari legati alla prima predizione. Gesù dice che “è necessario” che…, e cioè che ciò che egli preannuncia corrisponde al piano e alla volontà di Dio rivelati nelle Scritture[6]. Ma è soprattutto il rapporto con la professione di fede di Pietro (Mc 8,29) che illumina tutto il contesto della prima predizione della passione: l’accettazione del mistero della croce fa parte della retta professione di fede, pena il pericolo di essere definiti come “satana”. Risulta così chiara l’intenzione di Marco in tutto questo brano: egli unisce la confessione di fede di Pietro, la predizione della passione e il motivo della sequela per dirci che la professione di fede che emette la chiesa dopo la pasqua può trovare un inciampo o essere incompresa o offuscata se non si accetta la croce; la via della croce deve essere proclamata “apertamente” (Mc 8,32). La riluttanza di Pietro è comprensibile, perché la via di Gesù diventa anche la via del discepolo.

            Dopo le tre predizioni, Marco con il capitolo 14 ci introduce al racconto della passione con tre scene che possono essere considerate anticipatrici: l’unzione a Betania (Mc 14,3-9), che anticipa l’unzione per la sepoltura (v. 8; cf. Mc 16,1), la cena eucaristica (Mc 14,12.31) e l’agonia del Getsemani (Mc 14,32-42). Tutta questa sezione è dominata da un Gesù che coscientemente e liberamente va incontro alla morte (cf. Mc 14,8.13b-16.25.27.30.42s.49), come rivelano le Scritture.

            Nel racconto della passione di Marco risaltano evidenti alcune sottolineature.

            Nella croce si rivela chi è realmente quel Gesù, sul quale durante la vita terrena era calato come un velo che ne nascondeva la vera natura (Gesù era avvolto da quello che viene definito “il segreto messianico”); durante la passione, invece, ci è detto che Gesù è il Messia, figlio del Benedetto (Mc 14,61), il re dei giudei (Mc 15,2), il Figlio di Dio (15,39).

            La via della croce di Gesù è la via di ogni discepolo, che lo deve seguire non da lontano, come Pietro (cf. Mc 14,54), ma fino alla croce, come le donne (cf. Mc 15,40s).

            La croce segna la fine di ogni attesa messianica temporale, e l’accesso diretto a Dio di tutti, compresi i pagani; infatti, si squarcia il velo di separazione del tempio (cf. Mc 15,38) ed è proprio un soldato pagano che emette la prima e autentica professione di fede alla quale tende tutto il vangelo: “costui era veramente il figlio di Dio” (Mc 15,39).

 

Matteo[7]

 

            Anche nel vangelo di Matteo fin dall’inizio si profila il rigetto di Gesù da parte del popolo e il riconoscimento dei pagani: basti ricordare, nel vangelo dell’infanzia, l’episodio dei magi e alcuni discorsi che chiaramente ci indirizzano verso la croce: gli ascoltatori non accolgono né il Battista né Gesù (cf. Mt 11,16-24); dopo una guarigione in giorno di sabato “i farisei tennero consiglio contro di lui per toglierlo di mezzo” (Mt 12,14); Gesù promette il segno di Giona “che rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce” (Mt 12,40); Gesù parla in parabole per la durezza di cuore degli ascoltatori (cf. Mt 13,10-15.34-s); il culmine di questo crescendo è raggiunto nei capitoli 21.22 con l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, la cacciata dei venditori dal tempio, le parabole dei vignaioli omicidi, del banchetto delle nozze …

            Matteo accentua più di Marco l’unità fra la passione e la risurrezione di Gesù: la passione, più che una rivelazione di Gesù è un passaggio verso la sua intronizzazione (cf. Mt 28,16-20).

            Nel racconto della passione abbiamo un maggiore approfondimento cristologico. Secondo lo stile proprio di Matteo, la figura di Gesù è dotata di maggiore maestà e dignità: egli è conoscitore e padrone degli eventi finali della sua vita, che egli predice ancora prima del complotto contro di lui: “Voi sapete che fra due giorni è pasqua e che il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso” (cf. Mt 26,2; cf. vv.16.18.25.45.50); egli è assolutamente libero nel cammino verso la croce: potrebbe ottenere dal Padre dodici legioni di angeli a sua difesa (cf. Mt 26,53s). Matteo inserisce con maggiore evidenza il racconto della passione nel piano di Dio rivelato nelle Scritture, introducendo citazioni scritturistiche riferite anche a singoli particolari della narrazione: “Questo è avvenuto affinché si adempissero le Scritture” (Mt 26,54.56); il patteggiamento del tradimento di Giuda (Mt 26,15; 27,9s) rimanda a Zac 11,12; l’aceto mescolato a fiele che viene offerto a Gesù sulla croce (Mt 27,34) ha un riferimento a Sal 69,22; gli insulti rivolti dai capi del popolo a Gesù sulla croce (Mt 27,43) riecheggiano Sal 22,9; Sap 2,17-20.

            Durante la passione, Gesù è anche un esempio per i suoi discepoli, sia nella preghiera obbediente (Mt 26,39-41: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice. Però, non come voglio io, ma come vuoi tu … vegliate e pregate per non cadere in tentazione” ci rimanda al discorso della montagna in Mt 6,10.12: “sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra   … e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male”), che nella adesione a Dio da adottare invece della violenza (Mt 26,52: “Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada” ci rimanda pure al discorso della montagna in Mt 5,38s: “Avete inteso che fu detto: occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra”).

            Ma sono soprattutto le sottolineature riguardanti la chiesa e la sua storia che risaltano nel racconto di Matteo. E’ innegabile, anche se comprensibile nella situazione in cui è stato scritto il Vangelo, un’accentuazione della responsabilità dei rappresentanti dei giudei nella condanna di Gesù: basti ricordare la sentenza del sinedrio (Mt 26,66), Pilato e la moglie che lo giudicano innocente (Mt 27,19), come pure, praticamente, Giuda e i gran sacerdoti (Mt 27,3-10), mentre il popolo rivendica la responsabilità della morte di Gesù. La morte di Gesù fa cadere il segno di separazione fra il giudaismo e l’universalità dei popoli (Mt 21,51-54), mentre si realizzano le promesse fatte ai giusti dell’antica alleanza, che subito risuscitano e sono visti nella città, e il centurione pagano e quelli che sono con lui riconoscono Gesù come Figlio di Dio.

 

Luca[8]

 

            Luca inserisce il racconto e la teologia della passione al centro della sua opera, concepita come un grande viaggio di Gesù verso Gerusalemme (Vangelo), proseguito dalla chiesa che parte da Gerusalemme per arrivare fino ai confini della terra (Atti degli Apostoli). Gerusalemme è al centro dell’interesse di Luca, perché è il punto di arrivo del viaggio e dell’opera di Gesù e il punto di partenza della vita della chiesa. In Gerusalemme si compie il mistero della morte, risurrezione e ascensione di Gesù e il dono dello Spirito Santo. All’interno di questo grande quadro geografico e teologico, la morte di Gesù acquista una posizione centrale: la vita di Gesù, dal versetto 51 del capitolo 9 del Vangelo, è un cammino verso la croce (cf. Lc 9,53; 13,33s; 17,11; 18,31; 19,11). Ma per Luca, in coerenza con un interesse mostrato pure altrove, il cammino di Gesù è anche il cammino del discepolo, per cui il maestro, incamminato verso Gerusalemme, invita subito chi vuole stare con lui a seguirlo in quel cammino (Lc 9,57-62).

            La vita di Gesù è una lotta contro satana, che viene respinto all’inizio della sua missione (Lc 4,13) ma che ritorna all’attacco (cf. Lc 11,14-26) proprio con la passione (Lc 22,3s. 53), la quale riapre il periodo di lotta che proseguirà nella vita della chiesa.

            Nell’ultima cena (Lc 22,7-37), che apre il contesto prossimo del racconto della passione, Luca mette in bocca a Gesù un discorso di addio con l’ultimo comando del servizio (Lc 22,24-38) e con la predizione dell’assalto di satana, nella passione e nel tempo della chiesa (Lc 22,31-38).

            Nel Getsemani (Lc 22,39-36) Gesù è in lotta contro satana, ma esce vittorioso: nella preghiera di adesione al Padre, confortato dall’angelo, dà avvio alla passione (Lc 22,39-46).

            Attraverso il racconto della passione Luca ci fa conoscere in una luce particolare chi è Gesù: è il giusto sofferente, il profeta, nel quale si compie il piano di Dio secondo ciò che era scritto nella bibbia: “il Figlio dell’uomo se ne va, secondo quanto è stabilito” (Lc 22,21; “Deve compiersi in me questa parola della Scrittura: ‘E fu annoverato tra i malfattori’. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al termine” (Lc 22,37); “bisognava che il Figlio dell’uomo fosse consegnato in mano ai peccatori” (Lc 24,7).

            Gesù muore in perfetta adesione e donazione al Padre. La sua preghiera sulla croce non è il grido di chi si sente abbandonato (cf. Mc 15,34), ma l’invocazione dell’amore che perdona (“Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”: Lc 23,34), promessa di salvezza (“oggi sarai con me nel paradiso”: Lc 23,43) e abbandono filiale al Padre (“Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”: Lc 23,46).

            La passione, però, non è la conclusione della vita di Gesù, ma la via all’esaltazione: “Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc 24,26).

            La via che porta a Gerusalemme, o alla croce, non è riservata a Gesù: è per tutti la nuova via della salvezza; la croce è fonte di salvezza per tutti coloro che seguono Gesù, rappresentati dai discepoli (cf. Lc 9,23), da Simone di Cirene, dalla grande folla e dalle donne piangenti (cf. Lc 23,26s). Vera immagine del discepolo che segue Gesù sulla croce è Stefano che, mentre viene lapidato, ripete la preghiera di Gesù morente: “Signore Gesù, accogli il mio spirito … Signore, non imputar loro questo peccato” (At 7,59s). Se non tutti sono chiamati a seguire Gesù fino alla croce come Stefano, tutti, però, devono percorrere la via che porta a Gerusalemme: “E’ necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio” (At 14,22).

            Per penetrare nel mistero di Gesù il discepolo deve contemplare la croce. La contemplazione è l’atteggiamento di chi segue Gesù e fonte di conversione: mentre i capi scherniscono Gesù, il popolo sta a contemplare (Lc 23,35.48); alla contemplazione della croce il popolo se ne ritorna percotendosi il petto (Lc 23,48); il centurione romano al vedere l’accaduto glorifica Dio (Lc 23,47); ed è tutta la narrazione della passione che termina con la nota delle donne contemplanti: “Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano e così le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, contemplando queste cose” (Lc 23,49).

            La contemplazione della croce è fonte di salvezza.

 

Giovanni[9]

 

            Fra i Vangeli, Giovanni presenta una visione tutta particolare della croce, in sintonia con la tematica e le caratteristiche generali del Vangelo.

            Tema fondamentale del Vangelo è Gesù rivelatore del Padre. Gesù è il rivelatore perché è da Dio (Gv 1,1-3; 3,13; 6,38-42), ha visto il Padre (Gv 6,46) e perciò testimonia ciò che ha visto. Le sue sono opere del Padre (Gv 9,3-4; 10,37) e chi ha visto lui ha visto il Padre (Gv 14,9). Egli rivela il Padre perché è nel Padre (Gv 10,38), una sola cosa con lui (Gv 10,30). Gesù, quindi, rivela la sua persona e, in essa, il Padre; perciò egli è la stessa verità (Gv 14,6).

            Naturalmente, la rivelazione è destinata ad essere accolta: da qui nasce la necessità della fede e la centralità di questo tema: “se rimanete nella mia parola sarete davvero miei discepoli” (Gv 8,31; cf. 5,40; 6,35; 7,37s; 15,7).

            Sulla base del confronto con Cristo rivelatore, cioè dell’accoglienza della rivelazione nella fede, si opera il giudizio, che è prima di tutto discernimento (cf. Gv 9,39), in base al quale è decisa la sorte delle persone: “chi crede in lui non è condannato, ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio” (Gv 3,18); è da notare che la fede che Gesù richiede è l’accoglienza di Gesù esaltato nella croce come il Figlio unigenito donato dal Padre: “come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,14-16). E’ proprio attraverso la croce che si opera il giudizio: “Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,31s). Questo confronto-giudizio continuerà anche nella vita della chiesa e sarà condotto dallo Spirito Santo che Gesù donerà dalla croce (Gv 19,39) ed effonderà visibilmente nella pasqua (Gv 20,22).

            La missione di Gesù, compiuta fino al dono della propria vita, ha una finalità: la riunificazione dei dispersi. Egli offre la vita per riunire tutte le pecore in un solo gregge: “io offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore” (Gv 10,15s); Giovanni interpreta le parole di Caifa sulla opportunità della morte di Gesù spiegandone il senso teologico profondo: “Gesù doveva morire per la nazione, e non per la nazione soltanto, ma per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11,52); di fronte ai greci che vogliono accostarlo Gesù sottolinea il frutto della sua morte: “Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32).

           

Se questi sono i motivi fondamentali del Vangelo di Giovanni, non c’è da meravigliarsi se tutto il Vangelo è caratterizzato da una tensione verso la croce, che segna il compimento della missione di Gesù. Infatti, tutto il vangelo è proiettato verso la passione attraverso la ricorrenza di un motivo fortemente sottolineato da Giovanni: è il motivo dell’ “ora”. In base a questo motivo, il Vangelo più essere diviso in due parti: nella prima parte (capitoli 2-12) l’ “ora” non è ancora venuta (cf. Gv 2,4; 7,6.8.30; 8,20); nella seconda parte (capitoli 13-21) l’ “ora” è venuta: “Prima della festa della pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1); è il momento della vita di Gesù che va dalla passione fino al ritorno al Padre, segnato dalla rivelazione del suo amore. Proprio perché è la rivelazione suprema dell’unità di Gesù con il Padre e del suo amore per il Padre e per gli uomini l’ora di Gesù e la sua croce sono intese come glorificazione: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,23s); Gesù stesso, nella preghiera rivolta al Padre, interpreta il dono della sua vita come glorificazione: “Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te” (Gv 17,1): è una glorificazione reciproca, cioè una manifestazione dell’unità di Gesù con il Padre, che è fonte di vita; Gesù viene riconosciuto come colui che, in quanto rivelatore del Padre, ha il potere di dare la vita.

 

            Tutti questi motivi, che costituiscono il nucleo del messaggio di Giovanni, confluiscono nel racconto della passione.

            La passione e la croce sono l’apice della rivelazione di Gesù. Quando Gesù rivela la sua persona con le parole: “Io sono” (Gv 18,5; espressione che richiama il nome proprio che Dio si attribuisce in risposta alla domanda di Mosè: cf. Es 3,14: “Io sono colui che sono”), i soldati e le guardie cadono a terra, come di fronte a una forza divina; davanti alle autorità giudaiche Gesù riassume la sua missione in termini di rivelazione: “io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto” (Gv 18,20); davanti a Pilato Gesù sintetizza lo scopo della sua venuta e della sua presenza nel mondo in termini di rivelazione: “rendere testimonianza alla verità”; la croce è la suprema rivelazione di Gesù: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che io sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, io parlo. Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite” (Gv 8,28s); la croce è la rivelazione che suscita la fede: “Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera, ed egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate” (Gv 19,35).

            La mancanza di fede alle parole di Gesù durante la sua vita rende impossibile o superfluo un vero processo davanti alle autorità giudaiche, perché il vero giudizio è già avvenuto nel momento nel quale non si è prestato ascolto alle sue parole (Gv 18,19s). L’interrogatorio di Pilato si riduce a un appello di Cristo all’ascolto della verità: “Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” (Gv 18,37). Ma anche Pilato si sottrae all’appello di Gesù, evadendo la risposta alla sollecitazione della verità, per cui aanche davanti a lui a un certo momento Gesù tacerà, non rispondendo alla domanda sulla sua origine (cf. Gv 19,8). Anche con Pilato l’appello è chiuso e il giudizio è già pronunciato. Unico e vero giudice della scena rimane Gesù, il quale pronuncia l’unica e vera sentenza: “Tu non hai nessun potere su di me se non di fare ciò che ti è stato dato dall’alto. Per questo, chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande” (Gv 19,11). E’ la conclusione del grande processo operato dall’impatto tra la rivelazione di Gesù e la risposta di fede: il giudizio definitivo spetta alla parola di Gesù.

            In tal maniera, giudicando in termini di verità e di fede, la situazione si capovolge: il giudice diventa accusato e condannato e la croce diventa esaltazione, in quanto rivelazione dell’unità di Gesù con il Padre: “Per questo il Padre mi ama: perché offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio … Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,17s.27-30).

           

Nessuna meraviglia, quindi, se le fasi decisive del racconto della passione sono presentate come momenti di una intronizzazione regale che va dal processo di Pilato fino alla crocifissione[10].

            Da questa intronizzazione regale nascono i frutti della salvezza, sintetizzati al Calvario in 5 scene simboliche, da contemplarsi come 5 quadri indipendenti, senza successione cronologica: nella prima scena, con la tabella affissa sulla croce sopra il capo di Gesù  abbiamo la proclamazione della regalità universale di Gesù e la reazione dei giudei (Gv 19,19-22); nella seconda, l’azione dei soldati che non vogliono scindere la tunica inconsutile sottolinea l’unità della comunità di Gesù (Gv 19,23-24; cf. il taglio del mantello per significare la divisione dei due regni in 1 Re 11,30ss); nella terza, con l’affidamento della Madre al discepolo che sta ai piedi della croce è raffigurata la costituzione della nuova comunità messianica (Gv 19,25-27); nella quarta, è raffigurato il compimento dell’opera di Gesù, con l’emissione dello Spirito (Gv 19,28-30); nella quinta, con la salvaguardia delle ossa che non vengono spezzate e con l’uscita di acqua e sangue dal costato sono raffigurati i doni della redenzione (Gv 19,31-37).

            Si può comprendere, allora, perché Giovanni vede nella croce il trono regale della glorificazione di Gesù: essa è la rivelazione di Gesù Figlio unigenito del Padre, che dalla croce esercita la sua signoria sui credenti comunicando loro lo Spirito e la vita (cf. At 2,34-36; Fil 2,11); nella croce Giovanni vede già presenti i frutti della salvezza operata da Gesù.

            A ragione, quindi, la passione è l’ “ora” di Gesù (Gv 13,1; 17,1; 19,27), il compimento della sua opera (Gv 19,30)

 

Paolo

 

            La riflessione sulla croce viene sviluppata in maniera particolare da S. Paolo il quale vede concentrata nella morte di Cristo tutta la forza dell'amore travolgente e rinnovatore di Dio per gli uomini. E' solo nella croce di Gesù Cristo che gli uomini possono sperare, e non nelle loro opere, anche se queste sono compiute come osservanza della legge di Dio[11]. E' un messaggio di speranza, quello di Paolo, perché basa la salvezza non tanto sulla osservanza, più o meno perfetta, della legge manifestata da Dio, quanto sulla carica di amore che Dio ha manifestato per noi proprio nella croce di Cristo: "A stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall'ira per mezzo di lui. Se, infatti, quand'eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita" (Ro 5,7-10). Naturalmente, per essere efficace, l'amore deve coinvolgere, e quindi trasformare l'intimità del cuore. E' proprio lì che si manifesta la sua potenza rinnovatrice e ogni legge si manifesta superflua, o addirittura peccaminosa, se si ripone la speranza nella sua osservanza[12]. Certamente la legge è buona e santa e spirituale (Ro 7,12.14), perché espressione della volontà di Dio e raggiunge il suo perfezionamento nell'amore (Ro 13,10). Però, essa, pur indicando il bene, non dà la forza per eseguirlo (Ro 7,13-25); la speranza ha bisogno di basi più solide, che sono la potenza e l'amore gratuito di Dio. Solo un rapporto di amore sa valutare e affidarsi serenamente alla gratuità del dono. Su questa gratuità S. Paolo è molto esplicito: "Ora, indipendentemente dalla legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla legge e dai profeti; giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. E non c'è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia... Noi riteniamo, infatti, che l'uomo è giustificato per la fede indipendentemente dalle opere della legge" (Ro 3,21-25.28); e: "dalle opere della legge non verrà mai giustificato nessuno" (Gal 2,16). La legge, quindi, è una maestra che ci insegna la strada, ma contemporaneamente ci dice che per percorrerla ci dobbiamo rivolgere ad altri, cioè, accettare l'amore che Cristo ci ha offerto con la sua morte: "Se infatti fosse stata data una legge capace di conferire la vita, la giustificazione scaturirebbe davvero dalla legge; la Scrittura invece ha rinchiuso ogni cosa sotto il peccato, perché ai credenti la promessa venisse data in virtù della fede in Gesù Cristo. Prima però che venisse la fede, noi eravamo rinchiusi sotto la custodia della legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. Così la legge è per noi come un pedagogo che ci ha condotto a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. Ma appena è giunta la fede, noi non siamo più sotto un pedagogo" (Gal 3,21-25).

           

La riflessione di S. Paolo sulla morte di Cristo si approfondisce quando questa viene messa in rapporto con il peccato. Per comprendere il pensiero di Paolo occorre porre attenzione alla sua terminologia: egli distingue il peccato dalla trasgressione. Mentre la trasgressione[13] riguarda l'atto concreto, determinato, il peccato[14] è una forza che agisce dentro l'uomo e approfitta di ogni occasione per trascinarlo al male: "Se io faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me... Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra" (Ro 7,20.22-23). La vera liberazione, per Paolo, non sta nell'eliminazione delle tante trasgressioni, ma nel superare e togliere la forza maligna che è nel cuore dell'uomo, sostituendola con una forza superiore, cioè l'amore, dono dello Spirito. Con la sua morte Cristo ci ha liberati dal peccato, il che significa: "liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione e come destino avete la vita eterna" (Ro 6,22).

 

Ma la croce è diventata anche nuovo criterio di valutazione e di scelta per i valori della vita: la croce è la sapienza di Dio e del cristiano.

S. Paolo ha l'occasione e la necessità di approfondire il problema della sapienza cristiana di fronte a una tormentata situazione della comunità di Corinto, la quale vive il dramma della divisione, anche a causa della pretesa di alcuni che rivendicano una particolare conoscenza di Dio, considerata via privilegiata di salvezza e di santità[15]. Prima di tutto, la vera sapienza non può essere causa di contese e di divisioni. Per far fronte alla situazione Paolo imposta e legge tutta l'esperienza cristiana in termini di rapporto fra sapienza e stoltezza. Egli affronta il problema fin dall'inizio della prima lettera ai Corinti: "Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo. La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio. Sta scritto, infatti: 'Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l'intelligenza degli intelligenti'. Dov'è il sapiente? Dov'è il dotto? Dove il sottile ragionatore di questo mondo? Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. E mentre i giudei chiedono i miracoli e i greci cercano la sapienza, noi predichiamo un Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia giudei che greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini" (1Cor 1,17-25).

Il discorso di Paolo non è così semplice. Prima di tutto, è da notare che sia per i giudei che per i greci non si tratta di una sapienza che voglia rifiutare Dio: è una sapienza di carattere profondamente religioso[16], che cerca di raggiungere Dio maturando la coscienza di sé, di Dio e del mondo. Il sapiente secondo i criteri di questo mondo è uno che si interroga per scoprire la verità, cercandone gli argomenti per convincere se stesso e gli altri[17]. Praticamente, però, essa si riduce a un'autocoscienza e alla comprensione del mondo e delle forze che lo dominano[18].

Paolo riscontra due modi in cui si esprime questa sapienza. Il primo modo è presente nelle esigenze dei giudei, i quali vogliono arrivare a Dio attraverso la dimostrazione evidente di segni esterni; è una ricerca di Dio attraverso la manifestazione della sua potenza. Tale richiesta era stata rivolta a Gesù durante la sua vita, ma Gesù l'ha costantemente rifiutata, rinviando a un unico segno, quello significato dalla sorte di Giona, rimasto per tre giorni nel ventre del pesce: “Una generazione perversa e adultera pretende un segno. Ma nessun segno le sarà dato se non il segno di Giona profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra” (cfr. Mt 12,39-40; Mc 8,12; cfr. anche Gv 2,18; 6,30-33). Il secondo modo è di coloro che si affidano alle risorse del pensiero umano per giungere alla conoscenza e alla visione di Dio: è l'atteggiamento tipico della cultura greca. Ambedue questi atteggiamenti si affidano alle capacità umane.

Al cristiano, che ha incentrato la propria vita nel mistero di Cristo morto e risorto, Paolo propone un'altra ottica, che non solo ridimensiona, ma toglie ogni valore e caratterizza in negativo le vie suggerite dai giudei e dai greci per giungere a Dio. Dopo la morte e risurrezione di Gesù, la via per arrivare a Dio è un'altra: è Gesù stesso, che è il Messia, ma non nel suo aspetto potente e prodigioso, bensì in quanto crocifisso, svuotato di ogni forza e pretesa umana e carico solo di amore, di donazione di sé e di adesione a Dio; questa scelta di Dio diventa anche il criterio per giudicare il valore delle cose: è la nuova sapienza. Un Messia crocifisso è la grande novità, la sapienza del cristiano, che fa capire che la forza e la sapienza di cui si è appropriato l'uomo e il mondo sono, di fatto, debolezza e stoltezza.

 

Perché questa sapienza offerta da Dio in Gesù crocifisso?

Perché "il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio" (1Cor 1,21). Gli uomini hanno fallito nel loro tentativo di avvicinarsi a Dio attraverso le vie naturali; non lo riconoscono e non si lasciano rimandare a lui attraverso il mondo che egli ha creato. Il pensiero verrà meglio specificato da S. Paolo nella lettera ai Romani: la mente per sé è arrivata a percepire l'opera di Dio nelle opere create, ma gli uomini si sono rifiutati di trarne le conseguenze riconoscendo il dio della loro vita e rendendogli la lode e il ringraziamento dovuti: "Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria, né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell'incorruttibile Dio con l'immagine e la figura dell'uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili" (Ro 1,20-23). Per sé gli uomini, pur arrivando a capire che il mondo creato rimanda a un dio creatore, di fatto non lo hanno riconosciuto come tale nella loro vita[19].

Affidati a se stessi, gli uomini hanno perso la verità e sono stati assoggettati all'apparenza delle cose. Così, la loro presunta sapienza, non cogliendo la realtà profonda delle cose, è diventata stoltezza. In seguito a questo fallimento Dio offre agli uomini una possibilità di conoscerlo e di avvicinarsi a lui: non più attraverso la loro intelligenza, ma attraverso la rivelazione di Gesù crocifisso[20]. E' il dono di una nuova via che permette di conoscere la verità di Dio.

Questa sapienza diventa la logica della vita cristiana. Il che significa che il cristiano si lascia illuminare e condurre dall'amore di Cristo che ha donato la vita per lui. Così la croce capovolge ogni valutazione e diventa criterio e misura del pensare e dell'agire della persona. Naturalmente, questa sapienza sarà sempre una follia per chi segue principi di tutt'altra natura.

Questa sapienza, dono dello Spirito di Dio, introduce alla conoscenza dei misteri di Dio: "I segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. L'uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio: esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. L'uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno" (1Cor 2,11-15). Alla fine dei conti, la follia del cristiano è la vera sapienza, perché considera le cose  dalla loro retta angolatura, che è data dal loro rapporto con Dio.

Nessun senso di inferiorità, quindi, è giustificato in chi ha scoperto la follia cristiana: "Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui" (Fil 3,8-9). Per Paolo, e per il cristiano, la conoscenza di Gesù è la vita nuova illuminata dall'incontro con Cristo e goduta come la più grande realizzazione che una persona possa raggiungere[21].

Perciò, la vera conoscenza di Dio e di Gesù Cristo è frutto dell'azione dello Spirito Santo (1Cor 2,11), e non può vivere separata dall'amore (cfr. 1Cor 8,1-3); ogni scienza e conoscenza dei misteri, e la stessa fede piena nei suoi contenuti, senza l'amore non vale nulla (1Cor 13,2). Il calore dell'amore è pure una caratteristica della sapienza cristiana, la quale nasce da Cristo, persona crocifissa.

Effettivamente, questa stoltezza - sapienza fa parte dell'essere cristiano.

 

Così, il discorso della croce e della morte di Cristo diventa un discorso di vita cristiana. L'evento unico e irripetibile del Calvario sfocia in un divenire continuo, contemporaneo a tutti gli uomini, anzi, non solo contemporaneo, ma anche interno a ciascun uomo.

Paolo si serve di questa idea di base per illustrare il rapporto fra il mistero della morte di Cristo e la vita del cristiano: "Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione. Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti chi è morto, è ormai libero dal peccato... Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte... Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù. Non regni più, dunque, il peccato nel vostro corpo mortale" (Ro 6,3-12). Il cristiano rivive il mistero della morte di Gesù Cristo. Il ragionamento di Paolo non poggia per nulla sul simbolismo dell'immersione battesimale, bensì sulla realtà della morte di Cristo come mistero di liberazione partecipato al cristiano mediante il battesimo. Il mistero della morte di Cristo diventa realtà viva nel cristiano.

           

La croce, così, capovolge ogni impostazione e valutazione della vita, ponendo l'amore di Dio in Gesù Cristo al centro di ogni aspirazione, e diventando criterio e misura del vero pensare e del vero agire, regolando anche il comportamento nei confronti dei fratelli (1 Cor 8,11; Ro 14,15).

 

 

                                                                                              da Vita Minorum, 2004, n. 2, pp. 11-36.



[1] I discorsi ai quali ci si riferisce sono quelli di Pietro il giorno della Pentecoste (At 2,14-40), dopo la guarigione dello storpio (At 3,12-26), davanti al Sinedrio (At 4,8-12), davanti al Sinedrio, assieme agli apostoli (At 5,29-32), a Cornelio (At 10,34-43), e il discorso di Paolo ad Antiochia (At 13,16-41).

[2] Se si vuole tentare una collocazione nel tempo, ammettendo che la la lettera di Paolo sia stata scritta durante il terzo viaggio di Paolo (cf. At 19), fra il 54 e il 57 d. C., la formula dovrebbe risalire a pochi anni dopo la morte di Cristo, tra il periodo della vocazione di Paolo (c. 35) e prima dei suoi viaggi missionari (c. 46).

[3] Per una visione sintetica sulla teologia dei quattro evangelisti sulla passione e morte di Gesù cf. P. Benoit, Passione e resurrezione del Signore. Il Mistero pasquale nei quattro Evangeli, Gribaudi, Torino 1967; M. Masini (a c.), La Passione secondo i quattro Vangeli, Queriniana, Brescia 1985; R.E. Brown, La  passione nei Vangeli, Queriniana, Brescia 1988.

[4] Cf. D. Senior, La passione di Gesù nel Vangelo di Marco, Ancora, Milano 1988; W. Schenk, Der Passionsbericht nach Markus, Mohn, Gütersloh 1974.

[5] Cf. G. Strecker, Die Leidens- und Auferstehungsvoraussagen im Markusevangelium, in Zeitschrift für Theologie und Kirche 64 (1067) 16-39.

[6] In questa sottolineatura della necessità del compimento alcuni autori vedono uno sfondo apocalittico, dove la storia è ripartita in tempi chiaramente definiti e determinati; cf. M. Horstmann, Studien zur markinischen Cristologie, Aschendorff, Münster1969, pp. 24-26.

[7] Cf. D. Senior, La passione di Gesù nel Vangelo di Matteo, Ancora, Milano 1990.

[8] Cf. D. Senior, La passione di Gesù nel Vangelo di Luca, Ancora, Milano 1992.

[9] Cf. A. Dauer, Die Passionsgeschichte im Johannesevangelium, Kösel, München 1972.

[10] Alcuni autori hanno messo in evidenza, nelle sette scene in cui è suddiviso il processo davanti a Pilato, uno svolgimento del tema della regalità secondo lo schema del rito di intronizzazione del re nelle antiche corti orientali; le scene sarebbero disposte secondo un parallelismo concentrico, ma anche in progressione, con il culmine nella settima scena: “Ecco il vostro re” (Gv 19,14); Secondo I. de la Potterie, in crescendo si possono notare i seguenti momenti: Gesù si proclama re (Gv 18,33-38a), incoronazione (Gv 19,1-3), presentazione al popolo con le insegna (Gv 19,4-7), intronizzazione (Gv 19,13-15); secondo altri autori, fra cui Daube e Blank, le medesime scene esprimerebbero la seguente successione di motivi: proclamazione, intronizzazione, comparizione, acclamazione.

[11] Su tutto l'argomento cfr. G. Barbaglio, Paolo di Tarso e le origini cristiane, Cittadella, Assisi 1985, pp. 209-239.

[12]Cfr. S. Lyonnet, Libertà cristiana e legge dello Spirito secondo s. Paolo, in I. de la Potterie, S. Lyonnet, La vita secondo lo Spirito condizione del cristiano, A.V.E., Roma 1967, pp. 198-209. Cfr. anche R. Penna, Problemi di morale paolina. Status quaestionis, in Id., L'apostolo Paolo. Studi di esegesi e teologia, Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1991, pp. 554-557: per capire il pensiero di Paolo sulle esigenze etiche è fondamentale considerare l'uso dei modi indicativo e imperativo nelle sue lettere; l'indicativo indica una realtà già effettiva (cfr. 2 Cor 1,1: i cristiani sono già santi; 1 Tes 5,5-6: sono già figli della luce), mentre l'imperativo sottolinea l'esigenza di un comportamento adeguato (1 Tes 4,3: la santificazione è volontà di Dio; Ro 13,14: bisogna rivestirsi del Signore): l'imperativo è fondato sull'indicativo e deriva da esso, e l'agire morale è frutto del nuovo essere: "diventa ciò che sei".

[13] Il termine usato in greco è paraptoma.

[14] Il termine usato in greco è 'amartia.

[15] Sulla gnosi nella comunità di Corinto cfr. E. Best, The Power and the Wisdom of God. 1 Corinthians 1,18-25, in L. De Lorenzi (ed.), Paolo a una Chiesa divisa (1 Co 1-4), Abbazia di S. Paolo, Roma 1980, pp. 9-39; H. Conzelmann, Paulus und die Weisheit, in New Testament Studies 12 (1965s), 231-244;  J. Dupont, Gnosis. La connaissance religieuse dans les épîtres de saint Paul, Lovanio 1960, pp. 151-263; U. Wilckens, Sophia, in Grande Lessico del Nuovo Testamento, vol. XII, Paideia, Brescia 1979, pp. 829-843; U. Wilckens, Das Kreuz Christi als die Tiefe der Weisheit Gottes zu 1. Kor 2,1-16, in L. De Lorenzi (ed.), Paolo a una Chiesa divisa, pp. 43-81.

[16] Cfr. G. Barbaglio, Le lettere di Paolo, vol 1, , Borla, Roma 1990, pp. 189s.

[17] Il sapiente, come lo definisce Paolo in 1 Cor 1,20, è un syzetetés, "uno che ricerca insieme"; il verbo dal quale deriva il sostantivo è usato nel cristianesimo primitivo per designare le dispute degli ebrei e degli eretici: cfr. Mc 9,10; 12,28; Lc 22,23; At 6,9; 15,2.7; Ignazio, Agli Efesini 8,1; Agli Smirnesi, 7,1; cfr. H. Schlier, Kerygma e sophia, in Id., Il tempo della Chiesa, Il Mulino, Bologna 1965, p. 333.

[18] Cfr. H. Schlier, Kerygma e sophia, p. 335.

[19] Sull'apparente contraddizione fra 1Cor 1,21, dove si afferma che il mondo non ha conosciuto Dio, e Ro 1,21, secondo il quale gli uomini hanno conosciuto Dio, cfr. E.L. Bode, La follia della croce (1Cor 1,17b-25), in Bibbia e Oriente 12 (1970) 258-261.

[20] Cfr. G. Barbaglio, Le lettere di Paolo, 1, pp. 256-259.

[21] Cfr. J. Ernst, Le Lettere ai Filippesi, a Filemone, ai Colossesi, agli Efesini, Morcelliana, Brescia 1985, pp. 130s.