Giuseppe e cinque donne

alla culla di Gesù

 

un’angolatura della narrazione di Matteo

 

di tecle vetrali

 

 

Se noi leggiamo attentamente i Vangeli dell’infanzia, ponendo attenzione alle caratteristiche delle narrazioni dei due evangelisti che ne parlano, ci accorgiamo che il Vangelo di Matteo, in questi primi due capitoli, ha alcune caratteristiche inconfondibili. Fra queste, spicca il ruolo che svolge la figura di Giuseppe in tutta la vicenda della nascita. Quantitativamente egli occupa un posto predominante in tutta la narrazione: è il punto di arrivo della genealogia, inserendo il Bambino nella dinastia davidica, a lui è rivolto un annuncio nel sogno con l’invito a sposare Maria e a dare il nome al figlio che da lei nascerà, in un secondo sogno riceve il comando di portare in salvo il Bambino minacciato da Erode e un terzo sogno gli ordina di ritornare in patria dall’Egitto. Tutto l’evolversi degli avvenimenti passa attraverso la sua persona. Possiamo dire che l’esperienza di Giuseppe è come un osservatorio, un punto di vista attraverso il quale è vissuto il mistero della nascita di Gesù. Chi è Giuseppe e chi rappresenta nell’intenzione di Matteo?

Un’altra particolarità è introdotta nella narrazione di Matteo: nella genealogia che apre il Vangelo sono inseriti i nomi di quattro donne: Tamar, Racab, Ruth, Betsabea. Questo inserimento è certamente voluto, perché non è abituale nel riportare le liste genealogiche. Chi sono queste donne e qual è la loro funzione nella narrazione di Matteo? Perché il loro nome è inserito nella genealogia che introduce il racconto della nascita di Gesù?

Per avere una risposta alle domande poste sulla presenza e sulla funzione sia di Giuseppe che delle quattro donne bisognerà metterle in rapporto con i veri protagonisti di tutta la vicenda: il Bambino che nasce e la madre che lo concepisce e lo dà alla luce. Confrontate con Maria, le altre quattro donne e Giuseppe ci dicono qualche cosa sulla nascita unica di Gesù, che rimane l’unico centro di interesse. In questo senso possiamo considerare Giuseppe e le 5 donne, inclusa Maria, attorno alla culla di Gesù.

 

La nascita di Gesù nell’ottica di Matteo

 

Gli unici due evangelisti che parlano della nascita di Gesù sono Matteo e Luca, ma ciascuno secondo un proprio punto di vista e seguendo un proprio filone narrativo.

Se guardiamo i contenuti teologici fondamentali non facciamo fatica a riscontrarli in ambedue gli evangelisti.

Matteo e Luca sono concordi nell’affermare che: i futuri genitori sono Maria e Giuseppe che sono legalmente fidanzati o sposati, ma che ancora non convivono o non hanno avuto rapporti coniugali (Mt 1,18 e Lc 1,27.34; 2,5); Giuseppe è di discendenza davidica (Mt 1,1.16.20 e Lc 1,27.32; 2,4); un angelo annuncia la nascita del Bambino (Mt 1,20-23 e  Lc 1,30-35); Maria concepisce il Bambino senza avere avuto rapporti con Giuseppe (Mt 1,20.23.25 e Lc 1,34); Gesù è concepito per opera dello Spirito Santo (Mt 1,18.20 e Lc 1,34); l’angelo comunica il nome del Bambino (Mt 1,21 e Lc 1,31) e che Gesù sarà il salvatore  (Mt 1,21 e Lc 2,11); la nascita di Gesù ha luogo dopo che i genitori sono andati a vivere insieme (Mt 1,24-25 e Lc 2,5-6); Gesù nasce a Betlemme (Mt 2,1.5s e Lc 2,4-6.11) ai tempi di Erode  (Mt 2,1 e Lc 1,5) e dimora a Nazaret (Mt 2,23 e Lc 2,39)

Ma ci sono anche delle notevoli diversità fra le narrazioni di Matteo e di Luca.

Prima di tutto Luca colloca la genealogia di Gesù non prima della sua nascita, come fa Matteo, ma dopo il battesimo e prima dell’inizio dell’attività messianica di Gesù.

Oltre a ciò, solo Luca riporta notevoli particolari narrativi: il ciclo di Elisabetta, Zaccaria e il Battista; il censimento; le acclamazioni dei pastori; la presentazione al tempio; lo smarrimento e il ritrovamento di Gesù al tempio.

Da parte sua, Matteo riporta episodi che non si trovano in Luca: il fenomeno della stella e dei magi; l’intervento di Erode e la strage degli innocenti; la fuga in Egitto.

Oltre a queste diversità, ci sono alcune particolarità di un evangelista che è difficile comporre con il racconto dell’altro, perché sembrano derivare da tradizioni o da finalità diverse, se non contraddittorie: secondo Lc 1,26; 2,29 Maria vive e Nazaret e per il censimento si reca a Betlemme dove nasce Gesù, mentre per Matteo Gesù nasce in una casa normale a Betlemme, senza nessun trasferimento; secondo Lc 2,22.39 la famiglia rientra tranquillamente a Nazaret da Betlemme, mentre per Matteo essa va a Nazaret dopo due anni dalla fuga in Egitto.

Ci troviamo, quindi, di fronte a due evangelisti che ci trasmettono, attraverso materiale e procedimenti diversi, le stesse affermazioni fondamentali riguardo alla nascita di Gesù. In tutto questo, ciascuno dei due autori esprime un suo particolare interesse.

Per Matteo Gesù è il figlio di Davide, figlio di Abramo (Mt 1,1). La figura di Giuseppe e delle quattro donne della genealogia portano chiarezza su questa affermazione con la quale Matteo apre il suo Vangelo.

 

Da Abramo a Giuseppe: una storia di salvezza

 

C’è una storia che parte da Abramo e giunge a Giuseppe (Mt 1,1-17), una storia di interventi e di promesse di Dio, che ha in Giuseppe non il suo culmine o punto di arrivo, ma l’ultimo gradino prima della soglia: il vero punto di arrivo è il Bambino al quale Giuseppe darà il nome. Giuseppe ha la funzione di strumento, per aprire la strada al compimento che è Gesù.

Questo concetto è ribadito da Matteo inserendo nella storia dell’infanzia di Gesù cinque riferimenti biblici che hanno una duplice funzione: quella di scandire la storia in cinque episodi, e quella di chiave interpretativa degli stessi episodi.

La prima citazione, in Mt 1,23, è presa da Isaia 7,14: “Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi”, e serve a Matteo per farci comprendere il senso profondo dell’annuncio che l’angelo ha dato a Giuseppe nel primo sogno: Maria concepirà per opera dello Spirito Santo e Giuseppe imporrà al Bambino il nome di Gesù. Così, la nascita di Gesù è il compimento di una promessa.

La seconda citazione, in Mt 2,6, è presa da Michea 5,1: “E tu Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo Israele” e interpreta la scena di Erode che con i magi interpella i sacerdoti e gli scribi: colui che è nato è il principe promesso e atteso.

La terza citazione, in Mt 2,15, è presa da Os 11,1: “Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio”: la fuga di Gesù in Egitto e la sua permanenza in quel paese è collegata con la permanenza del popolo in quel paese e con la liberazione dell’Esodo.

La quarta citazione, in Mt 2,18, è presa da Geremia 31,15: “Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande; Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più”: la strage degli innocenti è riportata al pianto del profeta Geremia che lamenta la deportazione del popolo a Babilonia, nuova terra straniera, dalla quale partirà il secondo Esodo con il ritorno alla terra donata da Dio.

Infine, in Mt 2,23, con un riferimento profetico non facilmente identificabile (“sarà chiamato Nazareno”), l’evangelista vuole sottolineare che il ritorno alla città di Nazaret rientra nel piano di Dio.

Attraverso queste citazioni Matteo riesce ad inserire tutti i nuovi avvenimenti che accompagnano la nascita di Gesù nell’orizzonte della storia di Dio per il suo popolo. Dio è fedele alle sue promesse e la novità del mistero che si sta compiendo è inserita nella costante degli interventi amorosi e salvifici di Dio per il suo popolo. La storia di Gesù è innescata nella storia che va da Abramo a Giuseppe.

 

Le quattro donne della genealogia: quattro anelli che conducono alla culla di Gesù

 

Come le cinque citazioni bibliche, così anche le quattro donne che sono nominate nella genealogia che precede i cinque episodi della nascita ripercorrono momenti particolari della storia che parte da Abramo e porta a Gesù. E’ già stato osservato che non è abituale riportare i nomi delle madri nelle genealogie, anche se questa non è una legge assoluta; però, nel nostro caso Matteo ne nomina solo quattro. Che cos’hanno in comune e, soprattutto, qual è il senso che Matteo ha voluto dare alla loro presenza nella genealogia?

Molte risposte sono state date, ma molte risultano insoddisfacenti. Sono donne peccatrici, per ricordare che Gesù è venuto a salvare i peccatori? Ma dalla Bibbia e dalla tradizione successiva non è giustificata questa interpretazione. Sono inserite come straniere, per mostrare che Gesù è venuto a salvare anche i pagani? L’episodio dei magi confermerebbe questa interpretazione. Ma, se si considerano i testi biblici che parlano di queste donne e l’interpretazione che ne è stata data dalla tradizione giudaica, forse si intuisce l’intenzione che ha avuto Matteo nell’inserire queste quattro donne, che aprono la strada alla quinta donna che chiude la serie ed è la protagonista nella nascita di Gesù: Maria. Ora, Maria, il punto di arrivo, è presentata in quanto madre di Gesù, e la sua maternità ha caratteristiche uniche, che risaltano se messe in confronto con le altre madri che l’hanno preceduta. Le quattro donne, quindi, devono avere qualche cosa in comune con Maria. Così, nelle scene che precedono e accompagnano la nascita di Gesù risalterà con maggiore evidenza ciò che è unico in Maria.

E’ da pensare, quindi, che queste quattro donne vengano presentate come madri. A bene osservare, esse hanno alcune caratteristiche in comune: esse sono diventate madri in una maniera singolare e hanno svolto un ruolo importante nella realizzazione delle promesse fatte da Dio al suo popolo. Tamar, con la sua astuzia e creatività, riesce ad avere un figlio da Giuda e ad impedire, così, che venga interrotta la discendenza di Giuda (cf. Gn 38). La tradizione d’Israele commenta così il fatto: “Rabbi Yudan dice: Quando Giuda dice: ‘essa è giusta!’ lo Spirito Santo si manifesta e dice: ‘Tamar non è una prostituta e Giuda non ha voluto darsi alla fornicazione con lei; la cosa è accaduta a causa mia, perché si levi da Giuda il re Messia’”.

Rahab è la donna che ha messo in salvo gli esploratori della terra promessa (Gs 2,1-21). Secondo una tradizione rabbinica essa avrebbe sposato Giosuè. Tramite lei si sono potute compiere le promesse di Dio che ha dato la terra al suo popolo. Fin dal primo momento Rahab dimostra fiducia e fede nel Dio d’Israele. Secondo Giuseppe Flavio, “essa sapeva tutto ciò per alcuni segni che Dio le aveva inviato” e per la tradizione rabbinica “alcuni hanno detto che lo Spirito Santo s’era posato su di essa prima che gli israeliti arrivassero nella terra promessa”.

Ruth figura ufficialmente tra gli antenati di Davide (cf. Rt 4,18-22). Nella tradizione rabbinica è riservata a Ruth una grande considerazione: “Rabbi X ha detto: Ruth non aveva matrice, ma Dio le formò la matrice. Così Ruth fu messa allo stesso livello di Sara e Rebecca”.

La quarta donna, Betsabea, è universalmente conosciuta perché coinvolta nel peccato di Davide (cf. 1 Sam 11-12), ma non sembra questo il motivo che la fa entrare nella genealogia di Matteo. Si deve ricordare che essa è strettamente legata a Davide per due motivi: da essa è nato Salomone, che ha assicurato il proseguimento della dinastia davidica, e poi ha assicurato il consolidamento di questa successione sventando la congiura di Adonia (cf. 1 Re 1-2).

Una linea comune sembra legare le quattro donne: esse sono quattro madri di antenati del Messia e hanno svolto un ruolo particolare, sempre con un intervento speciale di Dio, nella realizzazione del piano di Dio per quanto riguarda una discendenza che parte da Abramo e, attraverso Giuda e Davide, arriva a Giuseppe, figlio di Davide, sposo di Maria, madre di Gesù. Su questa linea, quindi, si può dire che le quattro donne aprono la strada a Maria, la Madre di Gesù. Ecco perché le ritroviamo davanti alla culla di Gesù.

 

Ma tutta la linea genealogica tracciata da Matteo serve anche a far risaltare la posizione e il ruolo unico, inedito, fuori di ogni possibilità umana, svolto da Giuseppe e da Maria nella nascita del Messia. Matteo ci vuol dire che la strada era preparata, ma l’arrivo è di tutt’altra natura. E lo fa inserendo nella genealogia l’annuncio della nascita di Gesù. L’aggancio fra i due brani è evidente: la genealogia incomincia con le parole: “libro della genesi di Gesù…” (Mt 1,1) e, terminata la genealogia, è aggiunto subito l’annuncio dell’angelo, che incomincia con le parole: “ora, la genesi di Gesù Cristo avvenne così…” (Mt 1,18): l’episodio che segue vuole segnalare le modalità uniche della nascita di Gesù.

Qual è la grande novità di questa nuova nascita? Matteo ce la comunica attraverso l’esperienza che ne fa Giuseppe.

 

Giuseppe con Maria alla nascita di Gesù: Mt 1,18-25

 

La novità e il cambiamento sono già annunciati alla conclusione della genealogia: dopo un lungo e quasi monotono ripetersi della formula: “A generò B…”, arrivati a Giuseppe improvvisamente l’espressione cambia: per lui non vale più la formula “generò”; è detto semplicemente: “Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale fu generato Gesù, chiamato Cristo” (Mt 1,16). Cambia il soggetto e quindi il protagonista dell’evento. La trasmissione umana si ferma prima di Giuseppe. Il nuovo soggetto non è neppure Maria, ma rimane Dio: l’uso passivo del verbo fa trasparire sullo sfondo la mano di Dio come autore dell’avvenimento. Ai versetti 18 e 20 si specificherà che il concepimento in Maria è dovuto all’intervento dello Spirito Santo. La lunga serie dei nomi della genealogia ci porta fino alle soglie di questa nuova nascita, ma non è in grado di spiegarne la natura e il mistero.

Sorge spontanea una domanda: se la catena di successione è rotta, se Giuseppe non ha nulla a che fare con la nascita di Gesù, quale senso ha questa nascita per tutta la storia ricordata dalla genealogia? Matteo risponde a questo interrogativo tratteggiando la figura di Giuseppe: Gesù è legato a tutta quella storia per due motivi: perché in lui si compie la promessa di Dio espressa attraverso la profezia di Is 7,14 e perché Giuseppe è l’anello che lega il Bambino alla discendenza di David. Per questo, nell’evento di questa nascita misteriosa Giuseppe avrà una funzione specifica: sarà lui a dare il nome al Bambino, esercitando così una vera funzione paterna. In questa maniera Gesù sarà introdotto nella famiglia di Giuseppe, figlio di Davide.

Ma qual è l’atteggiamento di Giuseppe in tutta questa vicenda? Per comprenderlo bisogna fare lo sforzo di leggere il brano di Mt 1,18-25 nella maniera più semplice, senza rivestirlo di problematiche psicologiche che sono solo nostre. Il versetto 18, che apre il racconto dell’annuncio dell’angelo, va letto così come sta: “Maria fu trovata incinta per opera dello Spirito Santo”. E’ un presupposto da tenere presente, per noi e per Giuseppe. E’ il dato di fatto dal quale parte la decisione di Giuseppe. Quindi, ci troviamo nella situazione di un uomo, che viene definito “giusto” (v. 19) di fronte a una nascita avvenuta in maniera soprannaturale, per opera dello Spirito Santo. In questa situazione, per Giuseppe che conosce tutto ciò, non c’è spazio per dubbi sull’onestà di Maria. Il problema, per lui, è quello di trovare una giustificazione della propria presenza in una nascita nella quale egli non c’entra per niente. Allora interviene l’Angelo il quale lo rassicura e gli spiega il senso della sua missione: certamente, colui che in lei è nato è opera dello spirito, tuttavia essa partorirà e sarai tu, Figlio di Davide, a dargli il nome, e quindi la discendenza legale. Giuseppe è dichiarato giusto perché, conoscendo il mistero, non vuole farsi passare per il padre del fanciullo divino, non vuole assumersi una missione senza una vocazione, una chiamata che avverrà proprio con l’apparizione dell’angelo nel sogno.

 

Ecco perché tutta la narrazione di Matteo è centrata su Giuseppe: essa ci permette di capire come Gesù, concepito per opera dello Spirito Santo, è il Messia figlio di Davide.

 

Il mistero del Natale ci viene trasmesso attraverso il dramma religioso di Giuseppe. Egli si accosta alla culla del Bambino con la fede indiscussa che quegli è il figlio di Dio. Tutta la sua vicenda ci rimanda a Maria: solo lei, fra le creature umane, ha a che fare con la nascita del Bambino. Giuseppe accoglie il figlio di Dio nella stirpe di Davide accogliendo Maria nella sua casa. Ma a Betlemme, nel compimento del mistero del natale, c’è spazio solo per il Bambino e sua Madre (unica fra le cinque donne). Giuseppe, assieme alle quattro donne della genealogia, giunge solo fino alla soglia della casa dove nasce Gesù. Forse così si spiega anche come in molta iconografia del Natale, da Giotto a quella bizantina, Giuseppe è raffigurato in modo pensoso e in luogo appartato, senza essere coinvolto dalla luce del mistero della nascita.

 

Giuseppe rappresenta tutto un mondo. Egli crede alle promesse: posto al culmine di una genealogia, rappresenta un popolo e una storia che è andata avanti con il contributo attivo e determinante di quattro donne. Crede in Gesù Figlio di Dio: in base a questa fede accetta la sua missione e accoglie Maria nella sua casa. Vive nella precarietà di chi crede e per la sua fede è perseguitato: così, nella persecuzione di Erode, deve assumersi la responsabilità di portare il salvo il Bambino e la madre.

 

A chi è rivolto il messaggio natalizio di Matteo?

 

Si può tentare di dare una risposta alla domanda: a chi è rivolto il messaggio natalizio di Matteo?

Prima di tutto, probabilmente a una comunità di origine cristiana, che si sente legata alla genealogia che parte da Abramo e che crede alle promesse espresse nelle profezie che riguardano Gesù. Questa è una comunità cristiana, crede che Gesù è Figlio di Dio e il Salvatore del mondo, concepito per opera dello Spirito Santo. Ad essa, che si pone l’interrogativo di come possa un discendente davidico essere Figlio di Dio, viene data la risposta attraverso l’esperienza e gli interrogativi che si pone Giuseppe. Questa comunità deve essere anche sottoposta alle sofferenze e difficoltà della persecuzione: per questo, il precedente della persecuzione e della fuga del Bambino e dei suoi genitori è un motivo di sostegno e di speranza.

Giuseppe rappresenta adeguatamente l’esperienza di questa comunità

Ma anche per noi l’esperienza di Giuseppe è un messaggio, perché ci possiamo porre il medesimo suo interrogativo: che c’èntro io in tutta questa storia misteriosa tracciata da Dio? Proprio di fronte al mistero dell’incarnazione Giuseppe ha scoperto la sua vocazione e individuato la sua missione. Chi ricerca la propria vocazione e missione la può trovare solo confrontandosi con il mistero dell’incarnazione.

 

                                                                                  da Vita Minorum, 2002, n. 6, pp. 11-22.