“VI DONO LA MIA PACE

(Gv 14,27)

 

 

 

Forse mai come quest’anno il tema scelto per la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani è attuale e rispecchia l’aspirazione non solo di tutte le chiese, ma dell’intera umanità: tutti aspirano alla pace. Può sembrare strano, ma mentre tutti affermano di volere la pace, di fatto gli unici uomini che si direbbe la possano salvaguardare promuovono le guerre. Il riferimento biblico, tratto dal vangelo di Giovanni, è particolarmente illuminante per superare molti equivoci sul concetto di pace e sulla via per raggiungerla e per comprendere in che cosa essa precisamente consista. Di fatto, lo stesso vangelo già prevede la possibilità di un fraintendimento e distingue la pace di Cristo da un altro tipo di pace che il mondo offre: “Non come la dà il mondo io la do a voi” (Gv 14,27).

Il concetto della pace offerta da Cristo acquista spessore man mano che lo si immerge nel contesto in cui lo colloca l’evangelista.

 

1. L’addio di Gesù: Gv 13-17

 

La promessa della pace è collocata da Giovanni all’interno dei capitoli 13-17 del suo vangelo, cioè nella prima sezione della seconda delle due parti in cui, secondo gran parte degli studiosi, è diviso il vangelo. Pur usando riferimenti e categorie diverse, gli autori caratterizzano in ogni caso questa sezione come la fase del compimento: è “l’ora” verso la quale era tesa tutta l’esistenza terrena di Gesù (Gv 12,23; 13,1; 17,1); è l’ora nella quale Gesù rivela “ai suoi” l’amore del Padre, dopo essersi confrontato con il mondo[1]. Seguendo il genere letterario dei discorsi di addio, già attestato dalla Bibbia ebraica e dalla letteratura del tardo giudaismo[2], Giovanni ricapitola nelle ultime parole di Gesù discorsi ai discepoli che i sinottici avevano distribuito lungo il vangelo, per lo più in prossimità del racconto della passione[3]. Alcuni temi già enunciati nella prima parte del vangelo vengono ripresi e presentati nella prospettiva della loro realizzazione pasquale. Così, il tema dell’origine e missione di Gesù (cf. 3,13.23.31; 6,62; 7,28s; 8,23.26.42; 9,33; 10,36 …) e dei suoi rapporti di intimità vitale con il Padre (cf. 1,18; 5,20; 6,46; 8,16.29.55; 10,30 …) viene esteso, fino ad includere i discepoli nel medesimo circolo di rapporti (cf. 14,21-24). I rapporti di tensione fra Gesù e il mondo (cf. 1,10s; 3,19s; 7,7) vengono ora a coinvolgere anche i discepoli (cf. 15,18ss; 16,2s; 17,14).

 Anche il cambio di terminologia è significativo: da una prevalenza dei termini di rivelazione si passa a un’insistenza sul tema dell’amore[4].

E’ importante notare anche il collegamento fra i discorsi di addio e la narrazione della passione e risurrezione di Gesù nei capitoli 18-21: Gesù predice il tradimento di Giuda (13,11.18.21-30; cf. 18,2s) e il rinnegamento di Pietro (13,38; cf. 18,17.25-27); la morte viene interpretata come compimento (13,1; cf. 19,30); i discepoli lo cercheranno e lo rivedranno (13,33; 14,19; cf. 20,1s.11-18.25); Gesù promette lo Spirito Santo per la loro missione (14,12-24; cf. 20,19-23). Anche il dono della pace è inserito all’interno di questo dinamismo: Gesù la promette nei discorsi di addio e la dona come Risorto (14,27; 16,33; cf. 20,21.26).

 

Ma il dinamismo dei capitoli 13-17 non si rivela solo nei rapporti con il resto del libro. All’interno di questa sezione traspare un movimento di idee e di strutture che non è ancora stato decifrato in maniera definitiva e convincente, almeno secondo gran parte degli studiosi, ma che è evidente nell’articolazione dei concetti e delle forme. Le proposte di struttura di questi capitoli sono varie, in genere tutte legate alla spiegazione di alcuni fenomeni letterari che pongono degli interrogativi. Prima di tutto è da chiarire il senso e la funzione del v. 14,31 dove Gesù dice: “Alzatevi, andiamo via di qui”. Dopo ciò il discorso continua per ben altri tre capitoli. Molti autori vedono in 18,1, cioè con l’esecuzione di fatto di quelle parole di Gesù, la continuazione logica, e quindi originaria, del discorso di Gesù: “Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli”[5]. Se è così, rimane da spiegare la presenza e il senso dei capitoli 15-17.

A tal proposito, il primo dato che balza agli occhi è una stretta corrispondenza fra i capitoli 13,13-14,31 e 15,1-16,33. Alcuni autori hanno evidenziato un forte parallelismo fra le due parti, con una corrispondenza di temi e di successione[6]. Se il dato è evidente, la sua interpretazione è molto differenziata: c’è chi vede nelle due parti due strati nel processo di redazione, per cui una sarebbe stata destinata a sostituire l’altra[7], c’è invece chi vede nelle due parti due prospettive diverse dei medesimi temi; per esempio, la situazione prepasquale nella prima parte e la situazione postpasquale della comunità cristiana nella seconda parte[8]. Praticamente, fra 13-14 e 15-16 ci sarebbe il rapporto di promessa - realizzazione.

Rimanendo in quest’ottica, anche il tema della pace in Giovanni acquista un dinamismo particolare: nei discorsi di addio la pace è promessa ai discepoli prima della partenza di Gesù (14,27) ed è realtà presente nella comunità cristiana postpasquale (16,33); il passaggio dalla promessa alla realizzazione è stato possibile in base alla risurrezione: la pace è il dono di Cristo risorto (20,19.21.26).

 

2. L’eredità di Gesù: Gv 14,25-31

 

Il dono della pace è come l’eredità che Gesù lascia ai suoi nel momento in cui sta per lasciarli. La promessa di Gesù va collocata nel contesto di tutto il primo discorso, compreso sostanzialmente nel capitolo 14, e in modo particolare all’interno dei vv. 25-31.

Secondo gran parte degli autori Gv 14 è una composizione unitaria e articolata[9], redatta secondo il genere letterario dei discorsi di addio. Interessanti sono le osservazioni di J. Beutler, secondo il quale le tre parti nelle quali egli divide il capitolo sono caratterizzate ciascuna dal riferimento a una delle parti in cui la tradizione divide il Primo Testamento: gli scritti (nel nostro caso i salmi), la legge e i profeti[10].

I vv. 1-14, che costituiscono la prima parte, caratterizzati dai verbi “andare” e “venire”, parlano della partenza di Gesù, che rende possibile la preparazione di una nuova dimora. Sullo sfondo di questi versetti si può vedere il Salmo 42/43[11], che è contemporaneamente una lamentazione individuale e un salmo di pellegrinaggio o delle ascensioni. Le prime parole  di Gesù in Gv 14 (“Non si turbi il vostro cuore. Credete …”) ricordano il ritornello del salmo (“Perché ti abbatti, anima mia, e gemi su di me?”)[12]. Ma il medesimo salmo parla anche di un cammino verso la casa di Dio, di un andare e vedere il volto di Dio (Sal 42,3.5; 43,4) e della ricerca di luce e verità (Sal 43,3). Questo ci porta a comprendere le tematiche con le quali Gesù apre questo suo discorso: i discepoli non hanno alcun motivo di temere, perché in Gesù, che è la stessa via e verità, si stanno per aprire le vere dimore di Dio, con la contemplazione del suo volto e l’inabitazione reciproca fra Padre e Figlio.

I vv. 15-24 sviluppano il tema dell’amore e dell’osservanza dei comandamenti, legato a una triplice promessa: l’invio del Paraclito, il ritorno di Gesù e il ritorno di Gesù con il Padre. Questi versetti trovano un riferimento nella teologia dell’alleanza, propria del Deuteronomio. Già la terminologia ricorrente in questi versetti ci colloca in tale contesto. Le parole ricorrenti sono: amare, osservare, essere in, padre, conoscere, contemplare, parola, mondo, comandamento, venire… Uno stretto collegamento è istituito fra amare e conservare la parola o osservare i comandamenti (vv. 15.21.23.24). Questo binomio è presente nella terminologia dell’alleanza: cf. Dt 6,4-6: “Ascolta, Israele: Jhwh è uno solo. Ama Jhwh tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la forza. Le parole che oggi ti ordino siano sul tuo cuore”; Dt 7,9: “Tu sai che Jhwh è il vero Dio: il Dio fedele che per mille generazioni mantiene l’alleanza e la benevolenza verso coloro che lo amano e osservano i suoi precetti”. Le parole dell’alleanza saranno scritte nei cuori nuovi (cf. Ger 31,31-34); tale trasformazione sarà effettuata tramite l’effusione dello Spirito (cf. Ez 36,26-28; 37,26-28). Per Giovanni, questo rapporto intimo di alleanza trova il suo compimento attraverso l’ascolto della parola e l’osservanza dei comandamenti che introducono in un rapporto di comunione intima con Gesù e, attraverso lui, con il Padre. Tale processo è contenuto nella triplice promessa: l’invio del Paraclito, il ritorno di Gesù e il ritorno di Gesù con il Padre.

I vv. 25-31, con funzione conclusiva, riprendono alcuni temi delle prime due parti ed enunciano i tre doni escatologici del Risorto: il Paraclito, la pace e la gioia. Con questa sezione conclusiva entriamo nel contesto immediato che ci interessa più direttamente. Riemerge il tema della partenza e del ritorno di Gesù. Questo evento deve essere fonte di soddisfazione per i discepoli, perché ritorna a loro vantaggio. E Gesù spiega il perché. Il ritorno di Gesù è accompagnato da un triplice dono: il dono dello Spirito, del quale aveva già parlato nei versetti precedenti, al quale si aggiungono il dono della pace e quello della gioia. La tradizione profetica lega questi tre doni ai tempi ultimi, messianici. Per il dono dello Spirito basti ricordare Is 61,1s; Ez 36,26,28; Gioe 3; per il dono della pace: Is 11,1-10; 32,15-20; 54,10; 66,10-12; Ez 34,25; 37,26. Giovanni vede il compimento di questa attesa al battesimo di Gesù (Gv 1,32s); per “vedere il regno” portato da Gesù bisogna “nascere dall’alto”, cioè dallo Spirito (Gv 3,5-8); con Gesù “è giunta l’ora” di adorare il Padre “nello Spirito” e nella verità (Gv 4,23s); le parole di Gesù sono “spirito e vita” perché vengono dallo Spirito (Gv 6,63); solo con la venuta dello Spirito si può attingere all’acqua viva offerta da Gesù dopo la sua glorificazione (Gv 7,37-39).  Anche il dono della gioia è promesso per i tempi messianici; basta ricordare Is 44,21-23; 65,18-24; Zac 9,9s …; l’amico dello sposo, il Battista, esulta alla voce di colui che è la salvezza attesa (Gv 3,29); la gioia caratterizza il tempo della mietitura (Gv 4,36); anche Abramo esultò nella previsione del tempo di Gesù (Gv 8,56). Così i discepoli sono rincuorati perché per loro diventa realtà presente ciò che era stato promesso per il futuro.

Con questo capitolo 14, quindi, Giovanni ci dice che con l’imminente partenza di Gesù trovano pieno compimento gli scritti, i libri dell’alleanza, i profeti[13], e in particolare l’attesa dello Spirito, al quale sono legati i doni della pace e della gioia.

 

3. Gesù promette la pace: Gv 14,27; 16,33

 

Legato a questo contesto il dono della pace acquista un suo senso specifico.

Dopo avere annunciato la venuta dello Spirito, Gesù promette la pace: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace” (Gv 14,27).

Prima di tutto la pace è un frutto dello Spirito, che rimane il dono fondamentale e fontale del Risorto, nel senso che egli continua l’opera di Gesù, fa penetrare nella sua parola e attraverso lui ci vengono comunicati i frutti della salvezza operata da Gesù. Per tal motivo, la prima promessa che fa Gesù è il dono dello Spirito.

Non si può, allora, non dare alle parole di Gesù un senso pregnante. Quando Gesù dice “vi dono la pace” non si tratta del semplice saluto o augurio in uso fra gli ebrei, ma della pienezza della salvezza messianica (cf. Is 9,6; Zac 9,10; Ez 37,26) e della nuova alleanza di pace (cf. Ger 33,9; Ez 34,25; 37,26) realizzata dal Servo con il dono della sua vita (Is 42,6; 49,8). Israele attende questa pace come salvezza che Dio gli riserva: “Allora fiorirà giustizia e grande pace fino a che si spenga la luna” (Sal 72,7) e questa speranza lo sostiene quando la sua sorte è messa a dura prova: “Sto per far scendere su Gerusalemme la pace come un fiume” (Is 66,12); il Messia sarà il “Principe della pace” (Is 9,5s; Mic 5,4; Zac 9,10). Essa non è semplice assenza di guerra o di conflitti né sola tranquillità interiore, ma comporta tutto l’insieme di quei beni che comprendono la salute, la prosperità e la felicità.

Se pace significa salvezza e felicità piena, essa può venire solo da Dio. Allora si comprende perché Gesù non desidera o augura la pace, ma la “lascia”, e la “dona” ai suoi, che sono la sua nuova famiglia o il suo nuovo popolo. Quella che egli dona è “la sua” pace, perché egli è una sola cosa con il Padre (Gv 10,30.38; 14,10) e ciò che appartiene al Padre appartiene a lui (Gv 5,19-30; 17,10); ma è sua anche per un titolo particolare ed esclusivo, in quanto frutto della sua morte – esaltazione; infatti, come si vedrà, essa sarà il dono del Risorto ai suoi (cf. Gv 20,19.21.26).

Ma la pace è dono particolare ed esclusivo di Cristo anche perché distinta dalla pace che dà il mondo. Questa distinzione è in linea con quanto già espresso, in questo stesso discorso, circa il rapporto tra i discepoli e il mondo: il mondo non può ricevere lo Spirito, perché non lo vede e non lo conosce (v. 17); il mondo non vedrà più Gesù, mentre i discepoli lo vedranno e vivranno (v. 19). Gesù non si manifesta al mondo, ma ai discepoli, perché solo essi lo amano e osservano la sua parola (vv. 22s). La pace è legata alla persona di Gesù e alla sua presenza.

Anche il mondo ha la sua pace e i suoi strumenti per conservarla. Lo dice chiaramente Gesù a Pilato: “Se il mio regno fosse da questo mondo i miei servi avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei, ma il mio regno non è di quaggiù … io sono re … per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità; chiunque è dalla verità ascolta la mia voce” (Gv 18,36s). La pace del mondo riguarda il regno e il potere di quaggiù e per salvaguardarli il mondo usa la spada e le guerre. Ai mezzi del mondo Gesù contrappone la testimonianza alla verità. Sarà questa la via che lo porterà all’esaltazione della croce e al potere di donare lo Spirito, principio di pace.

E’ da notare ancora una volta che Gesù lascia e dona la sua pace ai discepoli, i quali non sono dal mondo; tuttavia, essi non vengono tolti dal mondo e continuano a vivere nel mondo (Gv 17,14-16 ). In questo contesto, parlando di pace, non si può trattare solo di un sentimento di serenità che si realizza nell’intimità della singola persona, bensì di una eredità che Gesù lascia alla chiesa in quanto tale, come a colei che ha accolto la parola e l’eredità di Gesù[14]. La vita della chiesa deve essere improntata da questo dono di Cristo e deve salvaguardarlo “come” ha fatto Cristo, e non “come il mondo”.

La pace del mondo e quella di Cristo, quindi, appartengono a due ambiti diversi, che inevitabilmente entreranno in conflitto tra di loro[15]. La mancanza di conflitto significherebbe l’adeguamento di un mondo all’altro. Nei discepoli e nella chiesa continua il grande processo, già avviato da Gesù, che vede a confronto il mondo, con i suoi princìpi e metodi, e la verità rivelata da Gesù. A questa verità Gesù ha già reso testimonianza (cf. Gv 18,36) e, a loro volta, anche i discepoli saranno invitati a rendere testimonianza (Gv 15,27). Sull’esito di questo confronto non c’è da farsi illusioni: sul piano terreno il mondo, utilizzando i suoi mezzi, avrà sempre la meglio e riuscirà ad imporsi, togliendo di mezzo chi rinuncia agli stessi mezzi. Per il “regno di lassù”, invece, valgono altre regole: l’esaltazione avviene attraverso la testimonianza alla verità e all’amore; infatti, “per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio” (Gv 10,17s). I discepoli, perciò, devono stare attenti a non confondere i due ambiti, illudendosi di trovare successo anche nelle competizioni di questo mondo. Per questo campo Gesù li ha disarmati e destinati all’insuccesso.

Ma allora, in che cosa consiste la pace che Gesù lascia in eredità? E’ da tener presente che essa è legata al ritorno di Gesù e alla venuta dello Spirito. Ciò si realizza prima di tutto nella vita di comunione del credente con Cristo e con lo Spirito[16]. Ma, automaticamente, da esperienza del credente essa diventa eredità e caratteristica della chiesa, che vivrà la stessa pace anche in una dimensione comunitaria ed ecclesiale, traducendola in determinati rapporti reciproci. Anche in questo senso la pace di Cristo si distingue da quella del mondo: essa è prima di tutto una pace interiore, che tocca la vita intima del credente[17], e che ha come frutto la pace esteriore. E’ lo stesso procedimento che segue il dono della gioia, che può partire solamente dall’animo del singolo credente per diventare caratteristica della comunità cristiana.

Collocata nel contesto del processo–confronto con il mondo, la pace di Cristo non è un bene ereditato a poco prezzo. Essa va mantenuta e vissuta in un mondo di opposizioni e di difficoltà, fonte di paure ed incertezze. Per questo essa darà sicurezza al cuore e scaccerà la paura; è il primo frutto della pace enunciato da Gesù: “Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore” (Gv 14,27)[18].

Nella promessa della pace vediamo un chiaro esempio della concezione escatologica di Giovanni: nel rapporto con Cristo diventano realtà presente sia la promessa e l’attesa della legge, dei profeti e degli scritti, sia il compimento finale della salvezza che ha preso avvio con la risurrezione di Gesù.

 

In altro contesto, anche se con caratteristiche simili, incontriamo la seconda promessa della pace alla conclusione del secondo (o seconda parte del) discorso di addio in Gv 16,33. Anche qui Gesù parla della sua partenza e del successivo ritorno, però il clima del discorso è diverso e suppone nei discepoli una situazione nuova[19]. Il contesto è sempre di contrasto con il mondo: “voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia. La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora siete nella tristezza, ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Gv 16,20-23). Il timore non è più dovuto alla partenza di Gesù, ma al confronto con il mondo che resta indifferente alla novità portata da Gesù e al loro annuncio. Con le sue parole Gesù vuole togliere la paura e infondere la pace nei suoi discepoli.

Alcune differenze nei confronti di Gv 14,27 caratterizzano le parole di Gv 16,33. Non si tratta di una vera promessa  o di un dono diretto, ma di una finalità intesa da Gesù nel pronunciare le sue parole: “Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me”. Prima di tutto, il conseguimento della pace è lo scopo per il quale Gesù ha precedentemente annunciato che i discepoli si disperderanno nelle proprie cose e lo lasceranno solo: il raggiungimento della pace, quindi, è il messaggio centrale e perciò l’esigenza più pressante e debitamente sottolineata in queste parole. La pace che Gesù preannuncia è contrapposta alla dispersione dei discepoli e quindi equivale a ricomposizione dell’unità attorno a Gesù.

Inoltre, è da notare che al posto della “mia pace” Gesù parla della “pace in me”. Nel contesto giovanneo il mutamento assume un significato particolare. E’ da ricordare che il riferimento è all’esperienza dei discepoli dopo la partenza e il ritorno di Gesù, quando, cioè si sarà realizzato quel rapporto di immanenza reciproca di cui Gesù ha già parlato nei capitoli 14 (v.20) e 15 (vv. 4-6.9-10) e che verrà sviluppato in maniera più diffusa nel capitolo 17: io nel Padre - il Padre in me; io in voi – voi in me; io e il Padre verremo e prenderemo dimora. Gesù ha introdotto i suoi in un nuovo spazio di esistenza nel quale è loro assicurato il dono divino della pace[20]. E’ Gesù, quindi, il luogo sicuro della pace. Giustamente osserva Bultmann: “Non nel credente stesso, ma nel rivelatore nel quale egli crede, poggia la sicurezza della fede. E proprio l’insicurezza nella quale ripetutamente si imbatte il credente gli insegna ad indirizzare lo sguardo lontano da sé sul rivelatore, tanto che è possibile parlare perfino di ‘felix culpa’ … I credenti, quando guardano al rivelatore, sono nella salvezza, nella pace … hanno la pace nella fede”[21]. Calvino, nel suo commento a Giovanni, ricorda che se cerchiamo la pace la possiamo trovare solo in Cristo che ce ne indica anche il modo per conseguirla: progredire in questa dottrina, cioè, nelle parole da lui pronunciate[22].

La pace e la fiducia del cristiano hanno un fondamento: “Io ho vinto il mondo” (Gv 16,33). La motivazione ha una sua evidenza solo all’interno della visione giovannea. Infatti, al di fuori di questa visione, due sono le obiezioni o difficoltà per accettare l’affermazione di Gesù: come e quando Gesù, storicamente sconfitto e soppresso, ha vinto il mondo? E come può l’eventuale vittoria sua assicurare pace e fiducia a noi? All’interno della teologia giovannea le due domande trovano immediata risposta: Gesù ha vinto il mondo sulla croce, dove ha ottenuto la sua vittoria sul principe di questo mondo (Gv 12,31s ) e ha rivelato la sua identità di figlio compiendo il disegno amoroso di Dio verso gli uomini (cf. Gv 3,14-16; 8,28; 12,31s); lì il potere e la sopraffazione del mondo hanno manifestato tutta la loro fragilità e inconsistenza. Questa vittoria di Cristo  non resta un fatto isolato, legato al passato e alla persona di Cristo, ma, attraverso l’inabitazione reciproca, partecipato a tutti coloro che sono introdotti  nella condivisione di vita con Cristo. Si spiega, allora, perché la pace si trova solo “in Cristo”.

L’esperienza cristiana trova così un’altra illustrazione. Essa è posta in alternativa con l’esperienza del mondo: nel mondo i discepoli troveranno tribolazione[23] – in Cristo la pace. Il conflitto con il mondo è confermato: l’esultanza del mondo (cf. 16,20) è tribolazione per il credente, e ciò significa contraddizione e incompatibilità fra i due mondi. Le tribolazioni alle quali si accenna sono specifiche dei cristiani, e derivano dal loro rapporto con il mondo. Giustamente afferma Lutero che “se il diavolo ti lasciasse in pace e i principi della terra ti onorassero, sarebbe bello essere cristiano; ma non può essere così …  Ma questa è la consolazione, che tu puoi attingere consolazione non in te ma in me, e che tu puoi dire: anche se io sono sconfitto, Cristo non è ancora sconfitto … Scrivi queste parole a caratteri d’oro nel tuo cuore: che egli ci assicura di trovare la pace e di essere consolati, perché egli ha vinto il mondo”[24]. Data la contraddizione tra Cristo e il mondo, le parole di Cristo, unico vincitore del mondo e unica sorgente di pace, fugano la tentazione di porsi in diretto confronto con il mondo, quasi in atteggiamento di concorrenza e adottando le sue stesse armi per avere la vittoria e la supremazia: la vittoria sul mondo è opera solo di Cristo che usa le sue sole armi. Il miglior commento alle parole di Gesù viene dallo stesso Giovanni nella sua prima lettera: “Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo, e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede” (1Gv 5,4).

 

4. La pace dono del Risorto: Gv 20,19.21.26

 

Il dinamismo giovanneo ci porta a compiere un passo ulteriore, dalla promessa al compimento. La pace promessa nei discorsi di addio è il primo dono del Risorto ai discepoli. Già l’introduzione della scena dell’apparizione di Gesù ai discepoli ci ricorda la promessa del suo ritorno: il verbo “venne” ci collega a quei passi in cui Gesù ripetutamente dice: “di nuovo vengo a voi” (cf. Gv 14,3.18.23). E ora, dopo la risurrezione, Gesù mantiene la promessa non solo di ritornare, ma anche di portare i doni che ha promesso, primo fra tutti la pace. Di fatto, le prime parole che Gesù rivolge ai suoi sono: “Pace a voi” (Gv 20,19). Dopo quanto si è detto riguardo alle promesse di Gesù, è chiaro che non si può trattare di un semplice saluto o augurio. Si tratta della pienezza della salvezza che si trova solamente in lui.

Il dono della pace è presentato in un triplice momento all’interno della seconda parte del capitolo 20 di Giovanni, che inizia dal v. 19. Mentre nella prima parte del capitolo si è parlato della visita dei due discepoli al sepolcro (vv. 3-10) e dell’apparizione alla Maddalena (vv.1s.11-18), nella seconda parte si parla dell’apparizione del Risorto ai discepoli e della loro missione. Gesù appare prima ai discepoli in assenza di Tommaso (vv. 19-23) e poi al gruppo intero, compreso Tommaso (vv. 24-29). La serie degli episodi di tutto il capitolo è disposta in serie crescente per quanto riguarda i destinatari del messaggio: prima il discepolo, quindi Maria di Magdala, poi tutti i discepoli e i credenti, compreso Tommaso, inviati a tutto il mondo[25]. Il dono di pace scandisce i momenti della narrazione: vv. 19.21.26.

E’ da sottolineare soprattutto il carattere ecclesiale della sezione: il dono della pace è destinato al gruppo dei discepoli, cioè al nucleo della chiesa che sta per nascere, ma strettamente legato alla loro missione.

Alcuni elementi descrittivi aiutano a comprendere più chiaramente il senso del dono portato da Gesù. Il discepoli stavano “a porte chiuse … per timore dei Giudei”. Essi stavano vivendo la situazione di paura già predetta da Gesù (cf. 14,1.27 ; 16,20-23) e vivevano isolati dal mondo e concentrati su se stessi. Il Risorto farà sparire la paura con il dono della pace e toglierà l’isolamento con l’invio nel mondo. Gesù parla a due riprese. La prima volta offre il dono della pace: “Pace a voi!” (v. 19); la seconda volta ripete il dono di pace e invia i discepoli in missione: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (v. 21). Due azioni simboliche accompagnano rispettivamente le parole di Gesù: dopo il primo dono di pace “mostrò loro le mani e il costato” (v. 20). E’ evidente lo stretto rapporto fra l’azione di Gesù e le sue parole[26]. Le mani e il costato portano il segno dei chiodi e della lancia, e quindi identificano il Risorto con il Crocefisso. La pace che Gesù dona l’ha costruita nella sua carne, sulla croce, rivelando così la sua unità di volontà e di amore con il Padre e operando la riconciliazione del mondo con Dio[27]. Legare il dono della pace a quei piedi e a quel costato significa affermare la potenza della passione e mostrare come Gesù ha  realmente vinto il mondo (cf. 16,33). Si può notare un particolare che distingue la narrazione di Giovanni da quella analoga di Luca 24,40; in Luca Gesù risorto mostra agli undici le mani e i piedi, mentre Giovanni mostra le mani e il costato. Non si può sottovalutare l’importanza che Giovanni attribuisce all’episodio della trasfissione del costato di Gesù, dal quale escono sangue ed acqua (Gv 19,34). La scena è talmente importante per la fede che l’evangelista la vuole avvalorare con il peso della sua testimonianza (Gv 19,35). Se nella simbologia giovannea l’acqua è strettamente legata allo Spirito, dal costato di Gesù esce lo Spirito. Con il sangue di Cristo è strettamente legato il dono dello Spirito[28]. Per il lettore del vangelo di Giovanni, vedere il costato  significa vedere adempiuta la promessa del dono dello Spirito, che verrà subito esplicitata nelle parole di Gesù che seguono immediatamente: “Ricevete lo Spirito Santo”; significa pure individuare la sorgente della pace e della gioia che d’ora in avanti dovrà riempire il loro cuore (v. 20).

Le parole di missione e quelle di conferimento dello Spirito sono intercalate da un’altra azione simbolica: “Gesù alitò su di loro” (v. 22). Il gesto ci rimanda al momento della creazione, quando Dio alita nell’uomo il soffio vitale (Gn 2,7; cf. Sap 15,11), oppure al soffio che ridona la vita alle ossa aride nella visione di Ezechiele (Ez 37,9). Questa seconda azione simbolica sviluppa il motivo del costato descritto nella prima scena e introduce, interpretandole, le parole di Gesù: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi” (vv. 22s). Lo Spirito effuso è il principio della nuova creazione e della vita nuova. Anche  l’annuncio dell’alleanza nuova predetta da Geremia (Ger 31,31-34) e ripresa da Ezechiele (Ez 36,26.30) e che porterà con sé il perdono dei peccati (cf. Ger 31,34) è accompagnato dall’effusione dello Spirito. Lo Spirito donato dal Cristo risorto permetterà all’uomo di rinascere a vita nuova (cf. Gv 3,3) e quindi di vivere la libertà dei figli (cf. Gv 8,34-36). Chiaramente, nel nostro testo il dono dello Spirito è immediatamente legato alla missione dei discepoli, che comporta il perdono dei peccati.

 

Dall’insieme di questi elementi, le parole di pace del Risorto assumono un significato pregnante. Il saluto-dono di pace è l’annuncio del compimento delle promesse di Gesù ed esprime la vittoria di Gesù sul mondo (Gv 16,33) che toglie ogni paura[29]; la pace è il dono messianico, frutto del dono che Gesù fa della sua vita. Gesù dona la pace prima di inviare i suoi discepoli in missione. I discepoli ricevono la pace per trasmetterla al mondo, perché hanno ricevuto la stessa missione che Gesù ha ricevuto dal Padre. Anch’essi, quindi, dopo averla ricevuta in dono (Gc 20,19), sono inviati a portarla al mondo. Il modo di trasmissione lo hanno imparato dal maestro: essi sono inviati “come” Gesù, cioè, allo stesso modo e in conformità con lui, perché poggiati sul medesimo fondamento[30].

Dalla concisione della narrazione appare evidente lo stretto rapporto fra il dono della pace, la missione dei discepoli, il dono dello Spirito e il perdono dei peccati. Se Gesù aggancia la missione dei discepoli alla stessa missione che egli ha ricevuto dal Padre, risultano evidenti anche le caratteristiche e le finalità fondamentali della missione dei discepoli. Gesù è morto come il chicco di grano (Gv 12,24) per radunare in unità i figli di Dio dispersi (Gv 11,51s); ora i discepoli sono inviati a raccogliere i frutti della fatica di Gesù (cf. Gv 4,38). Per questo essi ricevono in dono la pace, che cancella la loro dispersione (cf. Gv 16,32s) e li abilita ad essere inviati per proseguire la missione di Gesù, creando pace, in sé e nel mondo[31].

Anch’essi, dopo aver donato la loro vita come il servo (cf. Gv 13,12-17) ed aver sperimentato la sorte del grano che muore (cf. Gv 12,24), porteranno la pace mostrando le cicatrici delle mani e del costato. Solo così porteranno la pace di Cristo e non quella del mondo.

 

5. Un dono gratuito dal costato di Cristo

 

Alcune osservazioni conclusive sembrano derivare da quanto detto finora.

Giovanni ricapitola nella promessa e nel dono della pace tutta l’attesa dei beni escatologici vissuta nella storia d’Israele e che in Gesù trova la sua risposta e il suo compimento. Gesù instaura la pace vincendo il principe di questo mondo (Gv 12,31), togliendo il peccato del mondo (Gv 1,29) ed eliminando la schiavitù del peccato (Gv 8,34-36). La pace di Gesù non è solo oggetto di speranza per un futuro indeterminato, ma una realtà attuale, già operata da Cristo, che può prendere corpo e realizzarsi solo nell’accoglienza della fede, e quindi già possibile oggi e ovunque. La pace, quindi, prende corpo di pari passo con la fede.

 

Non si deve ridurre, però, la pace a un sentimento o a un’esperienza interiore o intimistica. Essa ha un dinamismo che tende ad espandersi: è radicata nell’animo di chi vive in Cristo; è solo qui che la si può attingere. Però la pace è un dono che Gesù ha lasciato alla comunità dei suoi discepoli, i quali la devono prima di tutto vivere come comunità. La prima esigenza che si impone a una comunità cristiana, quindi, è quella di saper accogliere in sé e vivere la pace di Cristo e in Cristo.Ma anche la comunità viene lanciata nel mondo per trasmettere quel dono che non è sua proprietà, perché l’ha ricevuto gratuitamente da Dio ed è destinato a tutto il mondo.

Gesù dona la pace mostrando le sue piaghe: la pace ha il suo fondamento nella morte di Cristo che ha già vinto il mondo (cf. Gv 12,31; 14,30; 16,33) e quindi essa già opera nel mondo; la fede crea quello spazio che riconosce in Gesù il salvatore del mondo (Gv 4,42), di quel mondo che Dio ama (Gv 3,16).

Il dono della pace elimina la dispersione e crea l’unità in Cristo. Si comprende, così, come la mancanza di unità significhi presenza di peccato, e come solo la santità può creare pace e unità. Il peccato all’interno di una comunità o di una chiesa distrugge l’unità interna, prima di tutto, e, di conseguenza, il vincolo di pace e di unità con le altre comunità.

E’ chiara la contrapposizione fra la pace di Gesù e quella del mondo. Anche il mondo ha la sua pace, ma i potenti credono di poter decidere e costruire la pace con i loro mezzi. Essi, però, hanno a disposizione solo le armi, e non i segni dei chiodi o il sangue e l’acqua che escono dal costato. E’ per questo che non può essere riposta in loro la speranza degli uomini. Anche le chiese, però, senza questi segni, non saranno la speranza di nessuno. C’è un uomo che è ancora credibile quando parla di pace e a lui tutti gli uomini guardano con fiducia: Francesco d’Assisi. Ma anche lui si presenta con le piaghe alle mani, ai piedi e al costato.

 

                                                                       Studi Ecumenici, 2003, n. 3, pp. 295-311.



[1] Cf. R. Bultmann, Das Evangelium des Johannes, Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen 1964, pp. 348-351.

[2] Cf. E. Cortes, Los discursos de adiós de Gn 49 a Jn 13-17, Herder, Barcelona 1976; J.Beutler, Habt keine Angst (SBS 116), Katholisches Bibelwerk, Stuttgart 1984, pp. 15-19.

[3] Cf. C.H. Dodd, L’interpretazione del quarto Vangelo, Paideia, Brescia 1974, pp. 477-488.

[4] Cf. C.H. Dodd, L’interpretazione, pp. 477-488.

[5] Cf. R. Bultmann, Das Evangelium des Johannes, pp. 348-351..

[6] Cf. H. Zimmermann, Struktur und Aussageabsicht der johanneischen Abschiedsreden (Jo 13-17), in Bibel und Leben 8 (1967) 279-290; J. Neugebauer, Die eschatologischen Aussagen in den johanneischen Abschiedsreden, Kohlhammer, Stuttgart/Berlin/Köln 1995, pp. 77-98.

[7] Cf. I commentari di Brown, Schnackenburg, Mollat, Barret ...

[8] Cf. H. Zimmermann, Struktur, pp. 286-289; J. Neugebauer, Die eschatologischen Aussagen, pp. 98.140-145.

[9] Cf. J. Beutler, Habt keine Angst, pp. 11-15; A. Nicacci, Esame letterario di Gv 14, in Euntes Docete 31 (1978) 209-260; S. Migliasso, La presenza dell’assente. Saggio di analisi letterario strutturale e di analisi teologica di Gv 13,31-14,31, Borla, Roma 1979.

[10] Cf. J. Beutler, Habt keine Angst, pp. 111-114.

[11] I Salmi 42 e 43 nella tradizione scritta e nelle antiche traduzioni greca e latina sono distinti, ma, per motivi di carattere letterario, gli studiosi pensano che originariamente formassero un solo salmo; cf. T. Lorenzin, I Salmi. Nuova traduzione, introduzione e commento, Paoline, Milano 2000, pp. 194-197.

[12] Fra l’altro, l’espressione ci induce a pensare che Giovanni conosca la tradizione sinottica del turbamento e della preghiera di Gesù al Getsemani. Infatti, Mc 14,34 e Mt 26,36 nella preghiera di Gesù nell’orto (“L’anima mia è triste”) citano il medesimo Salmo 42,6.12.

[13] Questo sfondo generale rimane vero anche se il riferimento esplicito alla triplice divisione del Primo Testamento non venisse considerato soddisfacente.

[14] Cf. R. Schnackenburg, Le parole di commiato di Gesù (Gv 13-17) (SB 108), Paideia, Brescia 1994, pp. 42s.

[15] Cf. J. Blank, Das Evangelium nach Johannes, vol. 2, Patmos, Düsseldorf 1977, p. 134.

[16] Cf. S. Cirillo di Alessandria, Commento al Vangelo di Giovanni, vol 3, Città Nuova, Roma 1994, pp. 163-165; D. Mollat, L’Évangile selon Saint Jean, in D. Mollat e F.M. Braun, L’Évangile et les Épitres de Saint Jean (La Sainte Bible), Cerf, Paris 1973, p. 184.

[17] Cf. M.J. Lagrange, Évangile selon Saint Jean, Gabalda, Paris 1925, p. 393; S. Migliasso, La presenza, p. 118.

[18] L’espressione sembra suggerita dal ritornello del Sal 42/43 che starebbe allo sfondo del capitolo 14 di Giovanni.

[19] Secondo J. Painter, The Farewell Discourses and the History of Johannine Christianity, in New Testament Studies 27 (1980/81) 525-543, Gv 16,4b-33 costituisce un terzo strato nella redazione dei discorsi di addio e riflette una situazione di ristrettezze, di dispersione e di paura della comunità cristiana; le parole di Gesù vogliono infondere fiducia e pace nei discepoli. A questa interpretazione si associa J. Beutler, Friede nicht von diesel Welt? Zum Friedensbegriff des Johannesevangeliums, in Id, Studien zu den johanneischen Schriften, Katholisches Bibelwerk, Stuttgart 1998, pp. 166s.

[20] Cf. X. Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, vol. 3, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1995, p. 341.

[21] R. Bultmann, Das Evangelium des Johannes, Vandenhoeck und Ruprecht, Göttingen 1964, p. 457.

[22] Cf. Ioannis Calvini, In Novum Testamentum Commentarii. Vol. III, In Evangelium Ioannis, Berlino 1833, p. 311.

[23] Il motivo delle tribolazioni dei fedeli ha le sue radici nel mondo apocalittico che parla delle angustie e dei dolori messianici che precederanno la venuta dei tempi del Messia.

[24] Cf. Martin Luthers, Evangelien-Auslegung, 4. Teil, Das Johannes-Evangelium, Wandenhoeck und Ruprecht, Göttingen 1977, pp. 542s.

[25] Cf. X. Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, vol. 4, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1998, p. 338.

[26] Tale rapporto è istituito anche letterariamente dall’espressione: “detto questo” (v. 20).

[27] Cf. J. Blank, Das Evangelium nach Johannes, vol. 3, p. 177.

[28] Cf. I. de la Potterie, Il mistero del cuore trafitto, Dehoniane, Bologna 1988, pp. 89-120; A. Gangemi, I racconti post-pasquali nel Vangelo di Giovanni, vol 2, Galatea, Acireale 1990, pp. 45s.

[29] Cf. J. Mateos – J. Barreto, Il Vangelo di Giovanni, Cittadella, Assisi 1982, p. 813.

[30] Per il significato di kathos = come cf. A. Gangemi, I racconti post-pasquali, pp. 61-70.

[31] Cf. A. Gangemi, I racconti post-pasquali, pp. 72-74.