APOCALISSE – THLIPSIS :

 “attraverso la grande tribolazione”

 

 

            E’ veramente un lieto annuncio definire i cristiani come “coloro che vengono dalla grande tribolazione”? Eppure l’Apocalisse è un libro o una lettera di conforto e di sostegno. Certamente, la prova e la tribolazione fanno parte della vita quotidiana del cristiano, il quale, però,  si accorge che proprio nel rifiuto e nella persecuzione da parte del potere del mondo vive la sequela di Cristo agnello sgozzato e risorto, proteso verso quella gloria finale che è riservata a chi ha vissuto la tribolazione nella pazienza in Cristo.

 

 

            Nessuno dubita che quello della prova o tribolazione costituisca uno dei grandi temi dell’Apocalisse. Più che la terminologia, che è pur ricca circa questo argomento[1], è lo stesso impianto dell’Apocalisse a farne risaltare la portata. Tutta l’impostazione del libro mette in risalto il fatto che la prova e la tribolazione riflettono la situazione normale della chiesa. E’ a questo problema che l’autore cristiano vuole dare una risposta convincente.

 

1. La prova o tribolazione: condizione normale della vita del cristiano

 

            Il tema della sofferenza e della passione dei cristiani ricorre spesso nell’Apocalisse[2]. Non meraviglia, quindi, che i 144.000 che portano impresso sulla fronte il sigillo di Dio, e cioè tutti i redenti dal sangue di Cristo, siano definiti “coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione” (Ap 7,14). La prova e la tribolazione, fanno parte della vita stessa del cristiano, come la passione fa parte del mistero della vita di Cristo.

            Questo pensiero viene sviluppato in forma sistematica dall’autore dell’Apocalisse il quale vede la comunità cristiana sottoposta sostanzialmente a due categorie di prove: alcune che attentano alla sua vita interna e altre che minacciano la sua stessa sopravvivenza nel mondo.

            Nel campo interno la chiesa deve affrontare una serie di difficoltà che possono compromettere la stessa presenza davanti a Cristo. Tale situazione è evidenziata soprattutto nelle lettere inviate alle sette chiese dell’Asia Minore (Ap 2-3)[3].

            La chiesa di Efeso (Ap 2,1-7) è messa in guardia da due pericoli: la presenza di falsi apostoli, menzogneri, pericolo contro il quale essa ha già operato un sapiente discernimento; ma soprattutto la sua stessa esistenza è minacciata dalla perdita del suo “primo amore”: situazione che compromette ogni rapporto con Dio e che non è compensata da nessuna opera buona, pur  riconosciuta nella lettera. Unica via di uscita da questa prova è la memoria e la conversione. E’ da notare che la mancanza di amore è la prova più grave che può capitare a una chiesa e perciò richiede un immediato ricorso ai ripari, pena l’espulsione dalla presenza di Cristo.

            La chiesa di Pergamo (Ap 2,8-17) è minacciata dal sincretismo, rappresentato dalla presenza di Nicolaiti e seguaci di Balaam, non meglio precisati, dei quali si sa che tengono una falsa dottrina e seguono la via della corruzione. Anche una comunità ritenuta sana e fedele come Tiatira (Ap 2,18-29) è messa alla prova dalla presenza di Gezabele, una falsa profetessa che con le sue dottrine e deviazioni morali minaccia di intaccare l’integrità di vita di tutta la comunità. La comunità di Sardi (Ap 3,1-6) è priva di vitalità ed è invitata a passare dall’apparenza alla realtà di una vita cristiana. Laodicea (Ap 3,14-22) è caduta nella tentazione dell’autosufficienza e della tiepidezza e potrà essere salvata solo rispondendo all’amore insistente di Cristo che bussa alla sua porta.

            Le chiese sono esposte a prove e tribolazioni che possono pregiudicare la loro fedeltà a Cristo, la loro fede e la loro prassi, e per questo hanno bisogno di una continua vigilanza e di un permanente processo di conversione[4].

            La comunità di Smirne (Ap 2,8-11) ha un altro tipo di tribolazione, che, però, le permette di essere fedele e più vicina a Cristo: “conosco la tua tribolazione, la tua povertà – tuttavia sei ricco – e la calunnia da parte di quelli che si proclamano giudei e non lo sono, ma appartengono alla sinagoga di Satana”. La comunità non è venuta a compromessi con queste presenze.

            Oltre alle soffererenze provenienti dai falsi giudei la comunità è esposta anche a tipi di tribolazione e persecuzione provenienti da autorità pubbliche: “il diavolo sta per gettare alcuni di voi in carcere, per mettervi alla prova e avrete una tribolazione per dieci giorni”.

            A sofferenze e persecuzioni provenienti dall’esterno è sottoposta anche la chiesa di Pergamo che fra i suoi membri deve registrare il martirio di Antipa (Ap 2,13).

 

            Se le sette lettere iniziali mettono in luce luci e ombre concrete delle chiese dell’Asia Minore, i capitoli 12-20 sottolineano con maggiore incisività la contrapposizione fra le potenze maligne di questo mondo e la chiesa nella sua universalità. In questa sezione scompare ogni riferimento a infedeltà e incoerenze interne: la chiesa appare solo come la perseguitata e testimone della presenza di Cristo risorto nel mondo.

            Il perché della netta contrapposizione fra chiesa e mondo è spiegato alla fine del capitolo 12 quando il drago, precipitato a terra, “si infuriò contro la donna e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che conservano i comandamenti di Dio e possiedono la testimonianza di Gesù” (Ap 12,17).

            Anche se non è così scontato che l’Apocalisse sia stata scritta in un tempo di persecuzione, è evidente l’invito rivolto al cristiano di prendere una netta posizione di fronte a ogni potere, sia politico che economico o religioso, attuale o prevedibile, che intenda sostituirsi all’autorità sovrana di Dio e di Cristo nel mondo[5]. In ogni caso è chiaro che la chiesa è una realtà eterogenea nei confronti del mondo. La storia è nelle mani dell’Agnello immolato e risorto che è stato intronizzato (Ap 5). Dopo l’evento della Pasqua assistiamo a una inevitabile contrapposizione fra coloro che sono contrassegnati dal sigillo di Dio (Ap 7,3) e coloro che hanno il marchio della bestia (Ap 13,16). Nella vita pubblica, coloro che non hanno il marchio della bestia sono destinati all’esclusione, all’emarginazione e alla persecuzione (Ap 13,17).

            Tutta la storia non è che un susseguirsi delle varie fasi di questo confronto[6]. Più che potenze  politiche ben definite nell’Apocalisse prendono corpo tutte quelle realtà terrestri che vengono assolutizzate e non lasciano spazio alla trascendenza, come la ricerca di potere, l’autoesaltazione, l’autosufficienza, il consumismo. E’ con questo mondo che il cristiano è chiamato a confrontarsi e a prendere posizione. Si tratta di due sistemi completamente diversi e, a livello mondano, il cristiano non può nutrire aspettive di affermazione e di successo. Egli sarà inevitabilmente esposto alla prova e alla tribolazione. Non ci sarà da stupirsi, quindi, se in questa seconda parte del libro si parlerà di fedeltà fino alla morte (Ap 12,11), di morte e di restrizioni economiche (Ap 13,15-17), di incarcerazioni e morte di spada (Ap 13, 13,10), di sangue dei santi (Ap 16,6; 17,6; 18,24;  19,2; 20,4).

            C’è inoltre da notare che il motivo della prova e delle tribolazioni costituisce anche un elemento strutturale all’interno dell’Apocalisse, nel senso che lega la sezione della visione iniziale e delle sette lettere con il resto del libro[7].

 

2. Punti chiave dell’Apocalisse sulla prova o tribolazione

 

            Se il tema della prova o tribolazione è diffuso per tutta la tessitura strutturale dell’Apocalisse, esso trova particolare risalto in alcuni punti chiave del libro.

 

Ap 1,9: Giovanni fratello e compagno nella tribolazione

 

            Fin dall’inizio del libro, subito dopo la consueta introduzione di carattere letterario e teologico (Ap 1,1-8), l’autore si presenta ai lettori-ascoltatori definendosi: “Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella pazienza in Gesù” (Ap 1,9). Anche se non risulta chiaro in base a quale legge e in forza di quale autorità Giovanni si trovasse a Patmos, è evidente che egli viveva una specie di confino e quindi di violenza subita[8]. In questa in questa situazione egli si sente compagno dei suoi lettori-ascoltatori; questa condivisione rivela una diffusa situazione di difficoltà e di prova per tutta la comunità cristiana, immersa in un mondo che vive principi e valori inconciliabili con quelli del vangelo. La condivisione nella tribolazione è condivisione dell’esperienza del regno e della costanza o pazienza, cioè, in questa situazione di tribolazione i cristiani stanno vivendo realmente la realtà del regno portato da Gesù e sono invitati alla perseveranza nella fedeltà. Con queste parole Giovanni ci introduce nel vissuto concreto della sua e di ogni normale comunità cristiana

 

Ap 6,9-11: il grido degli uccisi a causa della Parola di Dio

 

              Questi versetti dell’Apocalisse, che descrivono la scena legata all’apertura del quinto sigillo del libro in mano all’agnello, costituiscono un punto chiave non solo per comprendere il perché e il perdurare delle sofferenze e delle persecuzioni dei cristiani, ma anche per la comprensione di tutto lo svolgimento del dramma dell’Apocalisse. L’apertura dei primi quattro sigilli (Ap 6,1-8) ha aperto la strada ai quattro cavalli, cioè, alle forze che dominano e guidano la storia. Con il quinto sigillo siamo posti di fronte a una realtà che pone una tremenda domanda: le anime dei martiri chiedono a Dio: “Fino a quando, o Sovrano, santo e verace, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?” (Ap 6,10).

            La risposta viene fornita attraverso un’azione simbolica e una parola esplicativa: essi ricevono una veste bianca, simbolo di vittoria e della ricompensa futura; quindi, i martiri vengono esortati a  riposare o a stare tranquilli ancora un po’, “finché sia completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli che devono essere uccisi come loro” (v. 11). La persecuzione continuerà, la vittoria e la ricompensa finale sono assicurate ai martiri, ma anche il perdurare della persecuzione è nelle mani di Dio e rientra nel suo piano, anche se non è facile comprenderlo. Tutti gli avvenimenti che seguiranno, fino all’apice nella Gerusalemme celeste, sono la risposta a questa preghiera dei martiri. Per questo motivo, l’apertura del quindi sigillo in Ap 6,9-11, costituisce un punto chiave per la lettura dell’Apocalisse[9]. La risposta ai martiri rende ragione e dà un senso alla sofferenza dei cristiani.

 

Ap 7,14: coloro che vengono dalla grande tribolazione

 

            Subito dopo la preghiera dei martiri e la risposta alla loro domanda, l’apertura del sesto sigillo apre il via ad eventi dalle dimensioni cosmiche e motivo di terrore per tutti gli uomini, incominciando dai potenti “poiché è venuto il giorno grande della loro ira, e chi può reggersi?” (Ap 6,17). La risposta a questo nuovo interrogativo viene dalla duplice visione del capitolo 7: gli eletti vengono contrassegnati da un sigillo, segno che Dio veglia sul suo popolo e lo custodisce nella prova. Alla luce di Ez 9,4 il sigillo è segno di appartenenza e nel nostro caso assicura coloro che lo portano che essi potranno fare affidamento non nella preservazione dalle tribolazioni ma nella protezione di Cristo in mezzo alle prove (cf. Ap 3,10). Segue la scena che vede comparire i 144.000, cioè il popolo di Dio nella sua interezza, già considerato nel suo stadio di compimento, dopo aver superato il momento della prova; infatti, “essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione” (Ap 7,14).

Anche qui è chiaro il messaggio: Dio, che è il padrone nella storia, non esime dalle tribolazioni ma sostiene i suoi fedeli nel momento della prova, mostrando già al presente la ricompensa assicurata a chi rimane fedele nella prova.

 

Ap 11,3-12: la chiesa nella sua testimonianza profetica rivive il mistero della passione e glorificazione di Gesù

 

            Un fondamentale punto di riferimento per il nostro tema, oltre che per tutto l’impianto dell’Apocalisse, svolgono i capitoli 11-13 incentrati, rispettivamente, sui due testimoni, sulla donna partoriente e insidiata dal drago e sulla comparsa delle due bestie emissarie del drago.    

 

            All’interno di questo nucleo, una funzione emblematica svolgono i due testimoni  presentati in Ap 11,3-12. L’identificazione dei due personaggi misteriosi ha suscitato molte discussioni e proposte, ma non ha registrato e non registra tuttora un consenso fra gli interpreti. Però, al di là dell’identificazione specifica dei due personaggi, dalla loro descrizione e dai vari riferimenti biblici emergono chiare alcune loro caratteristiche. Il riferimento a Zac 4,1-14 ci fa pensare a due persone consacrate; il loro vestito di sacco (Ap 11,3) ce li presenta come esempi e predicatori di conversione; il fatto che essi erano considerati “il tormento degli abitanti della terra” (Ap 11,10) ci ricorda la predicazione dei profeti; quando leggiamo che “hanno il potere di chiudere il cielo perché non cada pioggia nei giorni del loro ministero profetico” (Ap 11,6) pensiamo al profeta Elia e pensiamo a Mosè leggendo che “hanno anche il potere di cambiare l’acqua in sangue e di colpire la terra con ogni sorta di flagelli tutte le volte che lo vorranno” (Ap 11,6).

            E’ un insieme di elementi che ci fanno vedere condensata in queste due figure la funzione testimoniale e profetica della chiesa, modellata, però, sulla funzione testimoniale e profetica di Cristo “il testimone fedele” (Ap 1,5). Proprio per questo motivo ai due testimoni, e alla chiesa che essi rappresentano, è riservata la sorte di Cristo, in tutte le fasi del suo compimento, al termine della sua missione: “E quando poi avranno compiuto la loro testimonianza, la bestia che sale dall’abisso farà guerra contro di loro, li vincerà e li ucciderà. I loro cadaveri rimarranno esposti sulla piazza della grande città, che simbolicamente si chiama Sodoma ed Egitto, dove appunto il loro Signore fu crocifisso ... Ma dopo tre giorni e mezzo, un soffio di vita procedente da Dio entrò in essi e si alzarono in piedi, con grande terrore di quelli che stavano a guardarli. Allora udirono un grido possente dal cielo: ‘Salite quassù’, e salirono al cielo in una nube sotto gli sguardi dei loro nemici” (Ap 11,7-12). Non è difficile vedere come la missione e la sorte dei due personaggi ricalchi la missione e la sorte di Gesù, anche nei dettagli del suo compimento: essi rivivono il mistero pasquale, dalla morte alla risurrezione e alla elevazione in cielo.

 

Ap 12: la donna celeste e la cacciata del drago dal cielo, origine delle persecuzioni sulla terra

 

            Il capitolo 12 occupa un posto chiave nel composizione dell’Apocalisse, ma è anche un punto di riferimento fondamentale per comprendere l’origine e la causa delle molteplici prove e tribolazioni della comunità cristiana. E’ il capitolo della donna vestita di sole e partoriente fra le doglie. Per comprendere la guerra sferrata dall’anticristo su questa terra contro i seguaci di Cristo bisogna rifarsi al dramma triangolare che si è svolto nel cielo fra la donna celeste, il figlio messia e il drago e al duello svoltosi fra Michele e il drago. La cacciata del drago dal cielo e il suo precipitare sulla terra provoca una duplice reazione: gli abitanti del cielo sono invitati a gioire ed esultare, mentre: “guai a voi, terra e mare, perché il diavolo è precipitato sopra di voi pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo” (Ap 12,12). E’ la comunità cristiana che è esposta a questo furore. Oltre che dall’affermazione esplicita di questo inno interpretativo, la situazione di prova e sofferenza è espressa da ripetute immagini nel corso del capitolo: la donna, pur possedendo caratteristiche celesti e trionfanti, soffre le doglie del parto[10], è fronteggiata dal drago infernale che sta sempre in agguato, si rifugia nel deserto dove Dio la nutre e la protegge contro i ripetuti assalti del drago.

            A conclusione della descrizione della vicenda drammatica, Giovanni esprime in termini espliciti la situazione concreta in cui vive la comunità cristiana e che verrà articolata attraverso il susseguirsi degli avvenimenti fino all’epilogo del libro: “Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a far guerra contro i rimanenti del suo seme, coloro che conservano i comandamenti di Dio e possiedono la testimonianza di Gesù” (v. 17). I “rimanenti” del seme della donna sono coloro che ancora non sono tratti in salvo e sottratti agli assalti di satana, cioè, i cristiani che ancora vivono su questa terra: essi non sono liberati dalle prove e dalle tribolazioni ma possiedono, come strumenti di vittoria, i comandamenti di Dio e la testimonianza di Gesù[11].

              Con questa premessa, il lettore comprende che le persecuzioni dei cristiani sono inevitabili, perché il bambino messia e i cristiani appartengono alla stessa famiglia, sono figli della medesima donna[12].

 

Ap 13: La persecuzione prende corpo attraverso i due emissari del drago

 

            Il capitolo 13 ci offre la realizzazione di ciò che era stato preannunciato a conclusione del capitolo 12. Il drago agisce attraverso due suoi emissari, le due bestie che escono, rispettivamente, dal mare e dalla terra. Queste due bestie costituiscono i canali concreti. di carattere politico, sociologico ed economico, attraverso i quali satana agisce contro i cristiani. Nessuno può sfuggire incolume al potere esercitato da queste potenze del male. Per inserirsi socialmente ed economicamente nel mondo dominato da questo potere bisogna appartenere agli adepti della bestia, portare impresso sulla mano e sulla fronte il suo marchio (Ap 13,16s): è emarginazione assoluta per chi non si assoggetta e non rende un autentico culto all’autorità imperante. La fede e la costanza dei santi può richiedere la consegna alla prigionia e al martirio (Ap 13, 9-10). E’ per questo che Giovanni, prima di descrivere il drammatico svolgimento degli avvenimenti, proietta in una visione anticipatrice, la vittoria finale dei 144.000 seguaci dell’Agnello (Ap 14,1-5).

 

Ap 17-18: Babilonia, ebbra del sangue dei santi

 

            La donna celeste e partoriente del capitolo 12 ha la sua antagonista in Babilonia, la grande prostituta, ricettacolo di ogni malvagità e nefandezza, luogo naturale nel quale le due bestie esercitano il loro potere e dove la violenza è legge per colpire i seguaci di Cristo. D’altra parte, Babilonia non è una città che il cristiano può evitare, scegliendo un’altra legale dimora: è il mondo nel quale ognuno deve necessariamente vivere, è l’imprescindibile condizione di vita  all’interno della quale ognuno è chiamato a prendere posizione e a esercitare la sua coerenza. In questa situazione il cristiano non deve farsi illusioni: Babilonia è “ebbra del sangue dei santi e del sangue dei testimoni di Gesù” (Ap 17,6). Però, il popolo di Dio non si può associare alla vita di questa città e in questo senso  è invitato ad uscirne:”Uscite, popolo mio, da Babilonia, per non associarvi ai suoi peccati e non ricevere parte dei suoi flagelli” (Ap 17,4). La vittoria finale sarà certamente di Cristo e dei suoi seguaci, ma nel frattempo “in essa fu trovato il sangue dei profeti e dei santi e di tutti coloro che furono uccisi sulla terra” (Ap 18,24).

 

            Attraverso questa trama Giovanni ci presenta i punti chiave per comprendere le motivazioni e le principali espressioni di prova e tribolazione alle quali il cristiano è inevitabilmente esposto.

 

3. L’atteggiamento del cristiano di fronte alle prove e tribolazioni

 

            Se la prova e la tribolazione sono la condizione normale in cui il cristiano vive la sua esistenza concreta, è di primaria importanza conoscere quale deve essere l’atteggiamento del cristiano di fronte a  tutte queste prove. Giovanni traccia le linee di tale atteggiamento con tratti chiari e decisi. Il momento della prova è quello della pazienza e della perseveranza. Ma la pazienza del cristiano non è una sopportazione passiva, bensì un atteggiamento attivo e di pieno coinvolgimento, in quanto egli non agisce in maniera isolata, ma in piena comunione con tutta la comunità e con Cristo. In Ap 1,9 Giovanni, relegato a Patmos, sente di condividere con la comunità la realtà del regno, in una situazione di tribolazione; tutto ciò, però è vissuto nella pazienza e perseveranza che deriva dalla comunione con Gesù. Per 7 volte nell’Apocalisse (Ap 1,9; 2,2.3; 3,10.19; 13,10; 14,12) il termine hypomonè (= pazienza/sopportazione/perseveranza) definisce la disposizione con la quale il cristiano deve affrontare le difficoltà di un mondo avverso. Ma la pazienza e la sofferenza cristiana sono sempre rivestite di un colore luminoso, perché ersprimono una situazione provvisoria e sono collocate accanto alla persona di Cristo. In Ap 7,13-14 i salvati sono rivestiti di vesti rese candide dal sangue dell’agnello e stringono la palma della vittoria nelle loro mani: la passione di Cristo e la prospettiva della vittoria sono la base su cui poggia la pazienza dei santi.

            Un’espressione di carattere sapienziale ci insegna che la fede si esprime in termini di pazienza: “Questa è la pazienza e la fede dei santi” (Ap 13,10). E le parole immediatamente precedenti  ci dicono come non ci sia soluzione alternativa, come potrebbe essere il difendersi con l’uso della forza, lo esprimono: “Colui che deve andare in prigionia andrà in prigionia, colui che deve essere ucciso di spada  sarà ucciso di spada”. L’accostamento all’esempio di Gesù non può che esigere una disponibilità radicale. E’ in questo atteggiamento di pazienza che si esprime la fede in Gesù e l’obbedienza ai comandamenti di Dio: “Qui è la pazienza dei santi che custodiscono i comandamenti di Dio e la fede di Gesù” (Ap 14,12)[13].

 

4. I fondamenti teologici del comportamento cristiano

 

            Dai riferimenti già riportati risultano chiare la motivazione e la natura delle prove alle quali sono sottoposti i cristiani e altrettanto evidenti emergono i fondamenti del comportamento cristiano in un mondo accanitamente ostile a quello di Dio. Per una semplificazione dei concetti possiamo distinguere due fondamentali categorie di motivazioni: le une di carattere cristologico e le altre carattere escatologico.

 

a. Motivazioni di carattere cristologico

            Se consideriamo attentamente la cristologia dell’Apocalisse notiamo che essa è fondamentalmente in funzione ecclesiologica, cioè, sottolinea ciò che Cristo è e ha fatto e continua a operare per la sua chiesa. Ciò è evidente fin dall’inizio del libro, negli attributi della dossologia di Ap 1,5-8, nella visione del Risorto al centro della comunità in preghiera (Ap 1,9-20), negli attributi con i quali Cristo introduce se stesso all’inizio delle sette lettere di Ap 2-3. Tutto l’arco della seconda parte del libro si estende dall’intronizzazione dell’Agnello fino alle sue nozze con la sposa, la Gerusalemme celeste. La vita di Cristo è inscindibile da quella della sua comunità. Si comprende, allora, come la vicenda dei due testimoni, che al capitolo 11 simboleggiano la chiesa nella sua missione testimoniale e profetica, è descritta sulla trama della vicenda di Cristo: entrambe le vicende sono sintetizzate secondo lo schema e la successione degli eventi del mistero pasquale: dopo la testimonianza, morte violenta, risurrezione, rapimento al cielo. E’ questo il fondamento della pazienza e della perseveranza cristiana: il cristiano rivive in sé l’esperienza e il mistero di Cristo, agnello sgozzato[14].

 

b. Motivazioni di carattere escatologico

            La seconda grande motivazione per la pazienza del cristiano è di carattere escatologico, cioè il volgere lo sguardo alla conclusione della storia. La pazienza è più che giustificata per chi legge al capitolo 18 la caduta di Babilonia, sede di tutte le violenze e persecuzioni, e, al capitolo 19, l’annuncio gioioso delle trionfali nozze dell’agnello con la comunità sposa. L’agnello sgozzato e la comunità perseguitata e martirizzata consumano la loro comunione nel compimento del mistero pasquale.  Per questo, lungo tutto lo svolgimento dei fatti dell’Apocalisse la narrazione è sostenuta da un alternarsi di eventi che si svolgono sulla terra, contenuti per lo più nei settenari, con visioni di scene celesti, anticipatrici della gloria finale, che hanno il compito di sostenere la pazienza del cristiano nella grande tribolazione terrestre[15].

            Per questo il cristiano viene ripetutamente definito come vincitore, già su questa terra: egli è già associato alla vittoria operata da Cristo e perciò dei cristiani si può affermare che “essi hanno vinto per mezzo del sangue dell’agnello” (Ap 12,11). Il fondamento cristologico e quello escatologico sono inscindibili: ciò che avverrà alla fine è ciò che si è già realizzato in Cristo e in chi è vissuto in unione con lui. 

           

5. Una teologia del martirio

 

            La visione d’insieme dei passi citati ci fornisce elementi fondamentali per comprendere la sostanza del martirio e ci dice come sarebbe deviante, o per lo meno riduttivo, voler comprendere la natura del martirio esclusivamente attraverso l’analisi della radice martyr, pur nella sua evoluzione semantica. I martiri sono i seguaci di Cristo che vengono dalla grande tribolazione, vissuta e superata nella pazienza, che hanno seguito l’agnello sgozzato da per tutto dove egli vada, fino all’immolazione (Ap 14,4); sono coloro che “non hanno amato la loro vita fino alla morte” (Ap 12,11), cioè, hanno compreso e vissuto il senso delle parole di Gesù: “chi ama la sua anima la perde, mentre chi odia la sua anima in questo mondo la conserverà per la vita eterna” (Gv 12,25). L’assimilazione del martire a Cristo è basata non tanto sull’attributo di “testimone fedele” (Ap 1,5) a lui riferito, quanto sul fatto che egli è l’agnello immolato che ha riscattato per Dio con il suo sangue uomini di ogni tribù, lingua e nazione... (Ap 5,9) [16].

            Praticamente, la prova/tribolazione è il terreno nel quale nasce e si sviluppa il vero cristiano radicale, che è il martire, intimamente associato all’agnello sgozzato. Il martirio è la resistenza a ogni potere idolatrato e la testimonianza al regno di Dio escatologico.

 

Conclusione

 

            L’Apocalisse è un messaggio alle chiese che si trovano nella prova, angustiate da problemi che provengono sia dall’interno che dall’esterno. Le prove e tribolazioni sono un’occasione per verificare e rafforzare la fedeltà a Cristo, ma anche per riscoprire e testimoniare la propria identità di seguaci di Cristo di fronte a un mondo ostile, violento e persecutore. La tribolazione per il cristiano non è una disavventura imprevista, ma condizione normale di vita. Dal punto di vista cristiano essa svolge un duplice ruolo positivo: assimila a Cristo agnello immolato e proietta verso il compimento escatologico. Questo radicamento in Cristo e la irresistibile tensione escatologica fanno della pazienza del cristiano non un periodo di attesa passiva ma un’esaltante esperienza di vittoria.

 

 

                                               Parola Spirito e Vita, n. 55 (2007.1), pp. 179-194.



[1] Ricorrono come termini più significativi di riferimento: thlipsis – tribolazione: Ap 1,9; 2,9.10.22; 7,14; peirazo – tentare (provare): Ap 2,2.10; 3,10; hypomonè – pazienza: Ap 1,9; 2,2.3.19; 3,10; 13,10; 14,12.

[2] Cf. Ap 2,2-3.10.13; 3,8-10; 6,9-11; 7,13-14; 11,7-10.18; 12,11-12.17; 13,5-10; 14,13; 16,5-7; 17,6; 18,19-24; 20,4; 21,4.

[3] A questo proposito cf. G. Biguzzi, I settenari nella struttura dell’Apocalisse, EDB, Bologna 1996, pp. 288-291; 312-327; H. Giesen, Das Römische Reich im Spiegel der Johannes-Apokalypse, in Studien zur Johannes-Apokalypse, Katholisches Bibelwerk, Stuttgart 2000, pp. 122-166; M. Karrer, Die Johannesoffenbarung als Brief, Vandenhoeck &Ruprecht, Göttingen 1986, pp. 186-209; M. Rissi, Die Hure Babilon und die Verführung der Heiligen, Kohlhammer 1995, pp. 52-54; H. Ulland, Die Vision als Radikalisierung der Wirklichkeit in der Apokalypse des Johannes, Francke, Tübingen/Basel 1997, pp. 163-169.

[4] Cf. T. Vetrali, La conversione nell’Apocalisse, in Dizionario di spiritualità biblico-patristica, vol. 9, Borla, Roma 1995, vol. 9, pp. 141-154.

[5] Sul problema del rapporto fra la composizione dell’Apocalisse e le persecuzioni nell’impero romano, connesso con il problema della datazione dell’Apocalisse, cf. P. Prigent, Au temps de l’Apocalypse, in RevHistPhilRel 54 (1974) 215-235; 455-483; 55 (1975) 341-363; U. Vanni, La persecuzione nell’Apocalisse. L’atteggiamento del cristiano di fronte a un mondo eterogeneo, in Communio (MI) 92 (1987) 32-40; G. Biguzzi, L’Apocalisse e i suoi enigmi, Paideia, Brescia 2004,  pp. 79-100; H. Giesen, Das Römische Reich, pp. 100-213.

[6] Cf. A. Satake, Kirche und feindliche Welt, in D. Lührmann, G. Strecker (a c.), Kirche, Fs. G. Bornkamm zum 75. Geburtstag, Tübingen 1980, pp. 329-349, anche se meriterebbe un chiarimento il suo pensiero sul dualismo dell’Apocalisse.

[7] Per i riferimenti specifici cf. ; H. Ulland, Die Vision als Radikalisierung der Wirklichkeit, pp. 327-330.

[8] Cf. G. Biguzzi, L’Apocalisse e i suoi enigmi, Paideia, Brescia 2004,  pp. 79-92.

[9] Cf. J.P. Heil, The Fifth Seal (Rev 6,9-11) as a Key to the Book of Revelation, in Biblica 74 (1993) 220-243; G. Biguzzi, I settenari, pp. 147-149; Id, La sofferenza dei giusti nell’Apocalisse, in PSV  n. 34, 1996, pp. 239-255. Id, L’Apocalisse e i suoi enigmi, pp. 236-238; Id., L’Apocalisse e lo spirito di vendetta, in Euntes Docete 55 (2002) 45-61.

[10] Il motivo apocalittico delle doglie messianiche è certamente presente in Ap 12,2; cf. P. Volz, Die Eschatologie der jüdischen Gemeinde, Olms, Hindelsheim 1966, pp147-162; tuttavia, l’immagine di Ap 12,2 sembra riflettere in maniera più diretta la situazione di sofferenza in cui vive le comunità cristiana: cf. P. Busch, Der gefallene Drache. Mythenexegese am Beispiel von Apokalypse 12, Francke, Tübingen/Basel 1996, pp. 56-61.

[11] Cf. P. Busch, Der gefallene Drache,  pp. 160-187.

[12] Cf. A.T. Nikolainen, Der Kirchenbegriff in der Offenbarung des Johannes, in New Testament Studies 9 (1962-63) 355-357.

[13] Cf. P.A. Abir, The Cosmic Conflict of the Church, Peter Lang, Frankfurt a. M. 1995, pp. 221-226; H. Giesen, Ermutigung zur Glaubenstreue in Schwerer Zeit, in Studien zur Johannes-Apokalypse, Katholisches Bibelwerk, Stuttgart 2000, pp. 214-227; K.F.A. Hanna, La passione di Cristo nell’Apocalisse, P.U. Gregoriana, Roma 2001, pp. 312-316; G. Biguzzi, I settenari, pp. 289; 338-342.

[14] Cf. Chr. Wolff, Die Gemeinde des Christus in der Apokalypse des Johannes, in New Testament Studies 27 (1980s) 186-197; K.F.A. Hanna, La passione di Cristo e dei cristiani nell’Apocalisse, in E. Bosetti e A. Colacrai (a c.), Apokalypsis. Percorsi nell’Apocalisse in onore di Ugo Vanni, Cittadella, Assisi 2005, pp. 501-511.

[15] Cf. A. Satake, Christologie in der Johannesapokalypse im Zusammenhang mit dem Problem des Leidens der Christen, in C. Breytenbach und H. Paulsen (a c.), Anfänge der Christologie. Festschrift für Ferdinand Hahn zum 65. Geburtstag, Göttingen 1991, pp. 307-322; U. Vanni, La persecuzione nell’Apocalisse, pp. 36-40.

[16] Cf. P.A. Abir, The Cosmic Conflict, pp. 204-221; C. Bedriñán, La dimensión socio-política del mensaje teológico del Apocalipsis, P.U. Gregoriana, Roma 1996, pp. 77-93; J. López, La figura de la bestia entre historia y profecía. Investigación teológico-bíblica de Apocalipsis 13,1-18, P.U. Gregoriana, Roma 1998, pp. 262-265.