Santità:

esperienza di amore

 

 

Il mondo oggi ha bisogno di santi o testimoni cristiani?

 

C’è da chiedersi se il mondo oggi ha bisogno di santi o discepoli di Gesù Cristo, o non piuttosto di grandi personalità, di leaders nel campo del sapere e della produzione. Il discorso si riferisce in modo specifico al mondo di oggi, nel quale lo spirituale e il trascendente non sembrano trovare alcuno spazio. Che ci sta a fare un discepolo e testimone di Cristo in un mondo secolarizzato?

E’ evidente che la presenza del testimone di Cristo o ha un senso in questo mondo concreto o non ne ha affatto. In un mondo che sta affermando con crescente evidenza la propria autonomia da Dio e dalla natura, il discepolo di Cristo, che ha riscoperto nella sua esistenza l’armonioso rapporto con Dio, con gli uomini e con la natura, può diventare un segno tangibile della presenza di Dio creatore e di Cristo redentore nel mondo e nella storia.

A una cultura del frazionamento, che conosce solo l’espansione progressiva degli egoismi e dell’interesse di pochi, il cristiano propone una comunicazione che è comunione e che si esprime in un dialogo universale, con tutti gli uomini e con tutte le culture.

Va superata, quindi, una certa immagine idealizzata e stereotipa di santo, tutto racchiuso nei suoi rapporti con Dio, spesso dotato di poteri straordinari, caratterizzato da una negazione massimale dei valori sociali e culturali del mondo in cui vive. Il testimone del Regno di Dio vive in questo mondo come segno del mondo nuovo inserito nella storia umana dall’incarnazione e dalla risurrezione di Gesù.

Ma per essere segno e speranza la sua testimonianza deve essere ricca di proposta umana. Il santo deve risultare nuovo, affascinante, significativo oggi, figura di vero uomo, ricco di equilibrio e di gioia, ben situato nel mondo del creato e degli uomini. Di queste figure ha bisogno il mondo secolarizzato di oggi.

Il santo è la persona trasparente che ha un senso e un valore per ciò che lascia trasparire in sé,  cioè la presenza e l’opera di Dio: “Ha fatto in me cose grandi colui che è potente” (Lc 1,49). Così, entrando nell’intimità della sua vita si scopre la verità e la bellezza di due mondi: il mondo di Dio e il mondo dell’uomo. In lui i due mondi vivono in un rapporto di equilibrio e di armonia, che ci fa riscoprire il senso e il gusto della vita. Tutto ciò avviene secondo la legge dell’incarnazione, che lascia alla carne tutta la sua fragilità e povertà, i limiti del bene e la possibilità del peccato, facendo risaltare ancor meglio la grandezza e la potenza di Dio.

Ma anche i santi hanno bisogno di essere capiti, e ciò non risulta sempre facile perché spesso il loro modo di pensare, sentire e agire non corrisponde al nostro. Condizione per capire la vita e la scelta dei santi è entrare in sintonia con loro, e ciò è possibile solo lasciando purificare giudizi e sentimenti dalla stessa Parola che ha creato in loro quella carica di amore che è stata il propulsore di tutta la loro vita e delle loro scelte.  Chi non è carico di amore non può capire il santo. Anche in questo si manifesta il senso e il valore della presenza dei santi e della loro memoria fra gli uomini: fermentati dalla Parola, con la loro testimonianza fanno sì che la stessa Parola diventi fermento di una porzione sempre più vasta dell’umanità.

Se ci poniamo in questa prospettiva, allora forse ci accorgeremo che il mondo ha bisogno di questi testimoni, non di quelli che modelliamo e proclamiamo noi per rispondere alle nostre esigenze, ma di quelli che lasciano trasparire la mente e soprattutto il cuore di Dio. E il rischio di crearci i santi che corrispondono ai nostri bisogni sussiste realmente.  Perciò abbiamo bisogno di un punto di riferimento chiaro e incontrovertibile, che non può essere altro che la Parola di Dio.

 

Il cristiano santo “in Cristo”

 

Secondo il linguaggio della Bibbia ebraica la santità compete originariamente solo a Dio: egli è santo per la sua trascendenza, la sua santità lo colloca al di sopra della sfera dell’uomo, incapace e inadeguato a sopportarne perfino la presenza; da qui il senso di indegnità e di timore di fronte alla manifestazione della santità di Dio (Gn 15,12; 28,17; Es 33,20; 19,21; Gdc 13,22: Is 6,1-5). In questo senso Dio va riconosciuto santo, o santificato, dal popolo (Is 8,13). La santità di Dio si manifesta non solo nel castigo e nell’ira, ma anche nella compassione e nel soccorso (Os 11,8-9). Così, egli è il “Santo d’Israele” quando salva il suo popolo e si unisce a lui in alleanza; la santità di Dio crea, salva e redime il suo popolo (Is 10,20; 17,7; 41,14-20; 43,3-14; 45,11; 47,4); essa si rivelerà nella forma più eclatante quando Dio riporterà in patria il suo popolo e sarà restaurato il culto (Ez 20,41; 28,25; 29,27).

Pur rimanendo l’unico soggetto nativo della santità, Dio comunica questa proprietà anche a persone e cose che hanno un particolare rapporto con lui. A causa di questa santità persone, luoghi e cose partecipano in qualche modo alla sfera di Dio e sono separati dalla sfera terrestre. Sono santi i luoghi (Gn 28,16-18; Es 3,5; Is 48,2; Zac 8,3), e con insistenza particolare il tempio ((Es 30,13.24; 38,25; Lv 5,15; Nm 3,28; 18,4-5; Sal 5,8; Ez 41,21), le cose, e in maniera particolare l’arca dell’alleanza (Nm 4,1.20; 2Cr 35,2), i tempi, e soprattutto il sabato (Gn 2,3; Dt 28,9-10; Ez 20,12-24).

Ma in maniera tutta speciale Israele è il popolo santo. Con l’alleanza esso diventa proprietà particolare di Dio e “regno di sacerdoti e nazione santa” (Es 19,6). Questo avviene perché Dio abita in mezzo ad esso (Es 33,12-27; Ez 1,1-28). Questa santità legata alla presenza di Dio esige una vita santa (Lv 11,44; 19,2; 20,6; Dt 7,16). Le esigenze della santità non sono tanto le osservanze legali quanto la giustizia e la misericordia (Is 11,1-15; Ger 6,20; Os 6,6).

 

Nel Nuovo Testamento l’unico rapporto con la santità di Dio è stabilito in Gesù Cristo, chiamato “santo” in quanto figlio e concepito dallo Spirito Santo (Mt 1,18; Lc 1,35). Risorto mediante lo Spirito di santità (Ro 1,4) ora egli vive totalmente assorbito nella vita divina. Egli prega perché anche i discepoli siano santificati (Gv 17,11.17-24), cioè uniti al Padre nell’amore accogliendo la sua verità. Tutti i discepoli, perciò, sono “santi in Cristo” (1 Cor 1,2; Fil 1,1ss). Questa santità si realizza mediante la presenza dello Spirito Santo (1 Cor 3,16-17; Ef 5,26; 1Gv 2,2), attraverso il quale il cristiano vive in forma nuova l’alleanza, partecipando alla costituzione della nazione santa, del sacerdozio regale e divenendo il tempio santo (1Pt 2,9; Ef 2,21): così egli potrà accostarsi a Dio mediante un vero culto, offrendo se stesso con Cristo come sacrificio santo (Rm 12,1; 15,16; Fil 2,17).

Questo rapporto con Dio si riflette spontaneamente nella vita pratica, che dovrà eliminare ogni compromesso con il peccato (1Ts 4,13) e conformarsi alla santità di Dio (2Cor 1,12; Ef 4,30-5,1), la quale, accolta come dono nella fede, si esprimerà in una vita di amore, dedizione e in ogni genere di virtù, e in una tensione verso Dio (1Ts 5,26; 1Cor 6,1; 7,17; 16,20; Rm 6,19.22; 12,13; Eb 12,14ss).

Nella chiesa primitiva, in un primo momento santi erano i membri della chiesa-madre di Gerusalemme, divenuta popolo peculiare di Dio (cf. At 9,13; 1Cor 16,1.5; 2Cor 8,4; 9,1.12; Rm 15,25.26.31); Paolo estende la denominazione ai cristiani provenienti dal paganesimo (cf. 1Cor 1,2; 14,34; 2Cor 1,1; 13,4). In questa santità, dono di Dio, è radicata l’esigenza di una qualità di vita santa (Rm 12,1).

 

Il fondamento della santità cristiana

 

Se il cristiano è “santo in Cristo”, la sua santità va rapportata al mistero di Cristo e, più in particolare, al mistero pasquale. E’ proprio nel mistero pasquale che si basa il rapporto con Dio istituito da Gesù Cristo. Per mistero pasquale intendiamo l’insieme di quegli eventi che costituiscono l’apice e come la sintesi dell’opera di Gesù Cristo: la sua morte, la sua risurrezione e il dono dello Spirito Santo.

San Paolo vede concentrata nella morte di Cristo tutta la forza dell’amore travolgente e rinnovatore di Dio per gli uomini. E’ solo nella morte di Gesù Cristo che gli uomini possono sperare, e non nelle proprie opere, anche se queste sono compiute in obbedienza alla legge di Dio. Questo messaggio offre speranza a tutti, deboli e forti, perfetti e imperfetti. Naturalmente, per essere efficace l’amore deve coinvolgere e quindi trasformare l’intimità del cuore. Perciò, con la sua morte Cristo ha colpito la forza del peccato nella sua sede, cioè nell’intimo dell’uomo, sostituendola con il dono dello Spirito: “Liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione e come destino avete la vita eterna” (Rm 6,22). Così, il discorso della croce e della morte di Cristo diventa un discorso di vita cristiana: la morte di Cristo sfocia in un divenire continuo, che è la vita del santo, cioè del cristiano. E’ una vita che ha alla sua radice e al suo centro l’amore di Dio in Gesù Cristo manifestato nella croce e diventato criterio e misura del vero pensare e del vero agire.

Come la morte di Cristo sfocia nella risurrezione, così la vita cristiana è siglata dalla novità della risurrezione: “Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove” (2Cor 5,17). Si tratta di “rinascita e rinnovamento” (Tit 3,5). La novità di vita è il rapporto nuziale con Dio, la coabitazione sponsale con le persone della Trinità.

Questo nuovo rapporto avviene con il dono pasquale dello Spirito Santo che, operando nell’intimo dei discepoli, li trasformerà interiormente, consolidando in essi la testimonianza di Gesù (Gv 15,26-27) e introducendoli nel cuore della persona e delle parole di Gesù (Gv 14,26; 16,12-15). Senza la trasformazione interiore operata dallo Spirito Santo non è possibile capire né le parole né il mistero della persona di Gesù (Gv 16,12-13).

Per questa penetrazione nel mistero dell’amore di Dio in Cristo è necessario che non solo la mente, ma tutta la vita sia guidata e condotta dallo Spirito Santo. Solo con il dono dello Spirito è possibile attingere alla ricchezza della rivelazione che sgorga da Gesù come un fiume di acqua viva (Gv 7,37-39). Nessuna meraviglia, quindi, se i santi giungono a una comprensione del mistero di Cristo e di Dio in una maniera più immediata e spesso più profonda che non i teologi più agguerriti.

 

Tutto questo è la santità, che è dono gratuito di Dio, non riservato ad alcuni eletti privilegiati, perché “tutti coloro che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio” (Rm 8,14). E’ nel battesimo che lo Spirito Santo fa diventare storia nostra la morte e risurrezione di Gesù: “Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione” (Rm 6,4-5).

Questo rapporto con l’azione gratuita di Dio non è vissuto dal santo in uno stato di passività; al contrario, ciò che avviene è lo sviluppo di un dialogo che parte da Dio e coinvolge tutta la persona nella sua interiorità, nel suo sentire e volere, nel suo vedere la realtà con occhi illuminati dalla visione di Dio. San Paolo, parlando della santità, usa immagini legate alla vita e al suo sviluppo, dallo stadio di bambino a quello di uomo adulto: “chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere” (1Cor 10,12). Allo stadio dell’età adulta egli lega il concetto di perfezione, che si applica a tutti i cristiani: “non mostratevi bambini … ma adulti” (1Cor 14,20); scrivendo ai Filippesi egli parla di “noi tutti, che siamo perfetti” (Fil 3,15); tuttavia, egli afferma di sé: “non che io abbia già raggiunto lo scopo o sia divenuto perfetto…” (Fil 3,12): la perfezione raggiunta non è tale da togliere alla santità dinamismo e crescita.

 

C’è una stabilità nella fede che opera secondo il dinamismo dell’amore. La fede non è radicata in una legge o in un ordinamento immobile, ma nella volontà di Dio libera e imprevedibile; i cristiani devono essere “stabili, perfetti e ben fondati in tutti i divini voleri” (Col 4,12). La santità consiste nell’adeguarsi alla mobilità e alla dinamica della volontà di Dio: “Trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rm 12,2). Per comprendere come ciò possa avvenire, basta pensare al dinamismo dell’amore.

 

Santità: esperienza di amore

 

I rapporti dell’uomo con Dio si svolgono all’interno del dinamismo dell’amore. Dio Padre e il Figlio hanno preso l’iniziativa di amarci  senza alcun nostro merito e prima che fossimo riconciliati con lui (cf. Rm 8,32; 5,6-10; Gal 2,20; Ef 5,2.25); siccome l’amore suscita amore, la risposta non può essere che amore: un amore totale e in una duplice direzione: nella direzione di ritorno a colui che ha amato per primo, e nella direzione di tutti coloro ai quali è diretto l’amore originario di Dio. Gesù ha risposto all’amore del Padre contraccambiando direttamente con il proprio amore e donando la vita per gli uomini (cf. Gv 14,30). L’amore è la risposta totale all’amore, perciò “tutta la legge trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso” (Gal 5,14), “perché  chi ama il suo simile ha adempiuto la legge” (Rm 13,8). E noi sappiamo quanto è mobile e dinamico l’amore.

La santità è un’esperienza viva di fede, speranza e amore. La fede, vissuta separatemente, come esperienza personale, corre il rischio dell’assolutizzazione, della concentrazione nel presente, dell’affermazione personale; la speranza rimanda il compimento della salvezza al futuro e lo mette nelle mani di Dio; l’amore collega l’azione, la volontà e il cuore dell’uomo con quello di Dio. Nell’esperienza cristiana, l’amore che muove non è un sentimento o un’energia naturale, umana, ma è lo stesso amore di Dio “perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato” (Rm 5,5).

 

E’ questo rapporto con Dio che si vuole esprimere con il concetto di santità. Naturalmente, questo rapporto si verifica nel mondo del mistero e non può essere espresso adeguatamente né con definizioni precise né con  una somma di descrizioni. Solo il simbolo ci può permettere di avvicinarci a questo mondo misterioso e affascinante. Ed è proprio attraverso il linguaggio simbolico che la Parola di Dio ci presenta la realtà del misterioso rapporto dell’uomo con Dio e nella Bibbia l’immagine più espressiva e sottolineata di questo rapporto è quella delle nozze e del rapporto sponsale: è un rapporto di intimità originato dal dono preveniente, gratuito e totale di Dio che in Gesù Cristo ha manifestato il proprio amore. La vita del cristiano – santo è la storia nuova che nasce da questo rapporto e che si svolge nell’intimità ed è vissuta nella libertà dell’amore.

Ma l’amore di Dio non ha i confini dell’amore umano, perché Dio non è un padrone, ma uno sposo e un amante appassionato. Basta leggere i primi 3 capitoli del libro di Osea: “Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore” (Os 2,21-22; cf. 2,25; Ger 2,2; Ez 16,8).

Questa immagine del rapporto sponsale si incide nella tradizione di Israele, rimane viva e crea tutta una tradizione la quale, oltre che nella mistica ebraica, troverà espressione nel messaggio di Gesù Cristo e nella lettura che ne fanno gli scritti del Nuovo Testamento.

 

Gesù, per presentare il proprio messaggio e la propria missione, ricorre con insistenza all’immagine delle nozze: la presenza di Gesù è la presenza dello sposo (cf. Mc 2,19) e l’invito al regno di Dio è come un invito a nozze (cf. Mt 22,2-14; Lc 14,16-24); l’attesa di Gesù è l’attesa dello sposo (cf. Mt 25,1-13). L’affacciarsi di Gesù alla vita pubblica inaugura le nozze della nuova alleanza (Gv 2,1-11) e il Battista ha la gioia di scoprire in Gesù-sposo l’espressione più significativa dell’amore di Dio che si rivela (Gv 3,29). Gesù è lo sposo che dona la vita per la chiesa sua sposa (Ef 5,25-27).

L’immagine sponsale dei rapporti con Dio è sviluppata soprattutto nel libro dell’Apocalisse dove la tensione sponsale caratterizza non solo la fase finale della vita della persona o della comunità cristiana, ma anche tutto il periodo dell’esistenza: si tratta di un rapporto e di un atteggiamento permanente. Tutta la vita è un ininterrotto dialogo di amore  (Ap 19,7.9; 21,9-11.22-23; 22,1.17; cf. 2,2.9.19).

Si comprende allora come S. Giovanni può presentare l’intimità dei rapporti con Cristo e con Dio in termini di coabitazione. Non solo “il Verbo si è fatto carne ed ha abitato in mezzo a noi” (Gv 1,14), ma egli abita in noi. E’ stabilita una reciprocità amorosa: "Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla... Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato" (Gv 15,4-7). La presa di dimora, da movimento unidirezionale diventa un circolo di reciprocità, che trascina all'interno di un circolo più ampio, quello della vita stessa di Dio: "Io in loro e tu in me" (Gv 17,23). Gesù Cristo unisce i due circoli di inabitazione, in modo che l'intimità di amore e di vita con lui diventa intimità di vita con Dio: "Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola" (Gv 17,21). Siamo ai vertici di un linguaggio che ci sfugge, perché sfugge alla nostra esperienza. Solo uno che ama profondamente ed è animato da vera fede si ritrova in queste parole. Infatti, la scintilla che istituisce questo contatto è l'amore: "Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" (Gv 14,23). E' un dinamismo inarrestabile, che parte da Dio e riassorbe in Dio. L’inabitazione reciproca avviene attraverso l'amore e l'accoglienza della parola, cioè mediante la fede. Non stupisce, allora, che chi non ama non possa comprendere questo linguaggio.

Tutto questo sviluppo dell'immagine sponsale è l'esaltazione di un rapporto e di tutta una vita intesa come dono. Infatti, non c'è contrattazione o rivendicazione di proprietà e diritti da parte della sposa: tutto è creazione nuova e dono nuziale di Dio che, come primo e sintesi di tutti i doni, regala la figliolanza: "Ecco, io faccio nuove tutte le cose... A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita. Chi sarà vittorioso erediterà questi beni; io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio" (Ap 21,5-7).

Naturalmente un rapporto nuziale comporta fedeltà. Ciò significa che l'amore deve sempre rimanere al primo posto nella vita. Di fatto, l'abbandono del "primo amore" compromette per la chiesa di Efeso la possibilità di permanere in contatto e alla presenza di Cristo (Ap 2,4-5). Le opere di giustizia, che costituiscono la veste nuziale e consistono nella carità, la fede, il servizio e la costanza (cf. Ap 2,19), devono continuamente esprimere l'interno rapporto di amore. E questa è santità. Infatti, i santi hanno capito che la scelta di Dio è una scelta nuziale e quindi totale. Lo affermano esplicitamente molti mistici, e S. Francesco, alludendo alla nuova forma di vita che sta per abbracciare, scrive: "prenderò la sposa più nobile e bella che abbiate mai vista, superiore a tutte le altre in bellezza e sapienza" (Tommaso da Celano, Vita prima, 7, in Fonti Francescane, EMP, Padova 1983, n. 331).

 

Icone di santità

 

L’esperienza di Dio si svolge nel campo del mistero e si esprime ogni volta in forme inedite e originali. E’ sempre azzardato e in ogni caso approssimativo dare una definizione del santo partendo dalle caratteristiche della sua vita. Il mondo simbolico del Nuovo Testamento ci aiuta a comporre, attraverso molteplici immagini e figure tipiche, che caratterizzano la figura del discepolo di Cristo, cioè del santo. Ogni scritto del Nuovo Testamento ricorre a una grande quantità di tali immagini o icone per tracciare la ricchezza della figura del santo. Avendo già visto l’icona delle nozze, si può dare uno sguardo a un’immagine o icona presa da ognuno dei cinque principali autori dei libri del Nuovo Testamento. Forse non sono i riferimenti più importanti, ma le icone scelte ci aiuteranno a vedere il santo con una ricchezza di sfaccettature diverse.

 

- icona paolina: uno stolto sapiente

Chi conosce il linguaggio paolino non si meraviglia di questa definizione del santo: uno stolto sapiente. Di fronte a cristiani che rivendicano una particolare conoscenza di Dio, considerata via privilegiata di salvezza e di santità, Paolo, fin dall'inizio della prima lettera ai Corinti, legge tutta l’esperienza cristiana in termini di rapporto tra sapienza e stoltezza affrontando il problema: "... La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio… Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini" (1Cor 1,17-25).

Il mistero pasquale diventa la logica della vita. La croce capovolge ogni valutazione e diventa criterio e misura del pensare e dell'agire. Il cristiano è coinvolto nella risurrezione di Cristo, e così tutto è cambiato in lui. Naturalmente, questa sapienza sarà sempre una follia per chi segue principi di tutt'altra natura.

 

- icona marciana: seguire per conoscere

San Marco in tutto il suo vangelo ci presenta l’immagine del cristiano e del santo con questa icona: il santo è colui che segue Gesù. Seguendo la progressiva rivelazione di Gesù i discepoli compiono un preciso itinerario spirituale (cf. Mc 1,16-20; Mc 2,14). Solo dopo una prolungata esperienza di vita con lui Gesù potrà “mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni” (Mc 3,15) e dopo essere vissuti con lui essi sono in grado di comprendere e accogliere la predicazione di Gesù, che continua a rimanere misteriosa per gli altri che sono “di fuori” (Mc 4,10-20). Seguire significa percorrere la stessa strada e ricalcare le medesime tappe. Infatti, ognuna delle tre predizioni che Gesù fa della sua morte e delle sofferenze che l’accompagneranno, è seguita da un invito rivolto ai discepoli perché lo seguano (Mc 8,34-38), perché si considerino i più piccoli e i servi di tutti (Mc 9,35-37), perché affrontino la sua stessa sorte con spirito di servizio (Mc 10,38-45).

 

- icona matteana : la beatitudine del cuore povero

Matteo riconosce il cristiano dal suo rapporto con il messaggio delle beatitudini (Mt 5,3-11) e, riflessa in questo ‘codice’, ci presenta l’icona del cristiano. Veramente si tratta di un’icona non originale, ma copiata da un originale primigenio, che è Gesù: “imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime” (Mt 11,29).

Confrontate con i criteri correnti le beatitudini rimangono utopie e lo sforzo comune sarà sempre quello di ricercare adattamenti e ridimensionamenti. Esse diventano comprensibili solo all’interno di un’altra logica, che è quella del regno di Dio, completamente diverso dal nostro mondo. Le beatitudini propongono una visione del mondo e della vita centrata su Dio e non sull’uomo.

 

- icona lucana: Marta e Maria, ossia azione e contemplazione insieme

Con la duplice icona di Marta e Maria (Lc 10,38-42), ambedue impegnate nell’accoglienza a Gesù, Luca ci aiuta a leggere il problema sempre più acuto del rapporto fra l’urgente servizio da rendere agli altri e il necessario ascolto della parola di Dio: due esigenze spesso e impropriamente presentate come alternative. Non viene contrapposta Maria in ascolto a Marta ospitante; è Marta tutta assorbita nel servizio che viene confrontata con Maria in ascolto: “Maria proprio seduta ai piedi del Signore ascoltava la sua parola”. La donna è chiaramente presentata come il tipo del vero discepolo, seduta ai piedi del Signore (cf. At 8,35; 22,3). E’ lei, quindi, che realizza le esigenze del discepolato, un discepolato caratterizzato dall’ascolto e dall’accoglienza della parola.

“Marta, invece, era assorbita dal molto servizio” (v. 40). Le caratteristiche che la contrappongono a Maria (“invece”) sono: l’assorbimento e il molto servizio. Nelle parole di Gesù (v. 41) ciò significa affanno e preoccupazione, e molte o troppe cose, tanto è vero che la sorella dovrebbe lasciare l’ascolto per sostenerla nel molto servizio. E’ ingiustificata l’alternativa diaconia – ascolto, a scapito di quest’ultimo. Il servizio mantiene un ruolo fondamentale nella vita del discepolo, poiché prima di tutto esso ha caratterizzato la persona e la missione di Gesù (cf. Lc 11,27; 22,27) e quindi qualificherà anche il ministero apostolico (cf. At 1,17.25; 6,4; 20,24; 21,19). La risposta di Gesù contrappone al molto servizio di Marta una sola cosa necessaria: “ti preoccupi di molte cose, mentre una sola è necessaria”. E’ l’invito ad armonizzare le varie esigenze dell’ospitalità (e della vita) con l’unica cosa veramente necessaria, cioè l’ascolto della parola di Gesù e le esigenze del regno di Dio, e non viceversa.

 

- icona giovannea: cibarsi del pane

Fra gli evangelisti, Giovanni è quello che più si esprime attraverso il linguaggio simbolico. In lui i fatti e gli elementi diventano segni di una realtà più profonda. Particolarmente sviluppato è il segno del pane o nutrimento che Gesù offre. Il cibo di Gesù è una realtà da conoscere in profondità e da interpretare: "Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete… Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera" (Gv 4,32.34). Il pane che Gesù offre sazia dapprima la fame fisica, poi il desiderio di conoscere Dio e, infine, la brama di unione con lui (Gv 6).

Il santo, per vivere in pienezza il suo rapporto con Dio, ha fame di questo cibo integrale che Gesù gli offre. Egli conosce il rischio dell’alimentazione parziale, ridotta a un solo alimento, e capisce perché Gesù gli offre un triplice pane, invitandolo a cogliere il segno insito nei doni che egli fa: accetta come dono il pane che sazia la sua fame, cogliendo il senso di una vita intesa e spesa come servizio; accetta il pane della parola come nutrimento della sua fede e via che introduce in una comunione di vita, e se ne nutre in continuità, sentendone sempre il bisogno; accetta e cerca in continuità di interiorizzare e assimilare la persona stessa di Gesù, che si offre attraverso l'umiltà di un pane normale, per vivere pienamente assorbito nella vita di Dio. La sua vita è collocata di fronte al dono totale di Gesù: il pane, la parola, Gesù stesso.

 

Il santo nell’esperienza concreta

 

E’ facile definire la santità partendo dalle affermazioni di principio o anche dalle esigenze espresse nella bibbia: però, è una via che può condurre alla costruzione di modelli di comportamento e può finire inevitabilmente con lo staccare i santi dalla vita concreta di ogni  persona. In realtà, i santi vivono il Vangelo con tutti i  limiti legati alla debolezza umana e testimoniano il Vangelo nella misura in cui l’opera e la potenza di Dio agiscono nella povertà umana. In termini paolini, il santo testimonia il rapporto fra la potenza di Dio e la debolezza umana. Questo rapporto fra due realtà vive salvaguarda il santo dal rischio di diventare fotocopia o attuazione di un modello fisso imposto dall’esterno, facendone, invece, una creatura inedita e originale. Ed è proprio questa originalità e libertà che lo colloca in un rapporto positivo e costruttivo nei confronti di tutto il mondo nel quale egli vive. E’ nella vita concreta che noi conosciamo veramente che è il santo.

 

- il santo: impeccabile e peccatore

Nella nostra mentalità, forgiata dai modelli, troviamo difficoltà nel mettere insieme santità e presenza di peccato. Ma già Giovanni, nel sua prima lettera, prende atto di due situazioni contrastanti all’interno della medesima persona: l’impossibilità di peccare e, contemporaneamente, la constatazione che nessuno è esente da peccato.

L’impossibilità di peccare è espressa in chiari termini: “Chiunque rimane in lui (Cristo) non pecca; chiunque pecca non lo ha visto né l’ha conosciuto. Figlioli, nessuno v’inganni. Chi pratica la giustizia è giusto com’egli è giusto. Chi commette il peccato viene dal diavolo, perché il diavolo è peccatore fin dal principio. Ora il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo. Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché un germe divino dimora in lui, e non può peccare perché è nato da Dio” (1Gv 3,6-9). Non è compatibile la presenza del peccato con la rinascita a vita nuova, cioè con il battesimo. Questo vale per chi è già “passato da morte a vita” (v. 14): parole che vanno intese all’interno della visione di Giovanni, per il quale i frutti della risurrezione sono già operanti nella vita presente, anche se la loro attuazione ultima avverrà nel futuro: in Cristo è già presente tutta la salvezza.

Quindi, dopo il battesimo, anche se non è ancora fatta la selezione fra buoni e cattivi, si determinano due mondi, quello dei figli di Dio e quello dei figli del demonio. Però, ambedue questi mondi sono presenti nell’intimo del cristiano, il quale deve progressivamente scegliere e camminare secondo la luce dei figli di Dio. Nella misura in cui accoglie e vive il seme della parola di Dio egli non pecca; ecco perché è importante che la parola di Dio rimanga permanentemente in lui (cf. 1 Gv 2,14.24.27; 2Gv 2.9; Gv 8,31). Quindi la distinzione reale fra i due mondi, e, perciò, fra l’impeccabilità e la presenza del peccato, è stata instaurata dall’opera di Cristo, la quale, però, non ha ancora trovato la sua piena attuazione.

Che di fatto il peccato sia presente anche nella vita del cristiano lo afferma lo stesso autore all’inizio della lettera: “Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa. Se diciamo che non abbiamo peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi” (1Gv 1,8-10). Per l’autore della lettera la parola di Dio resta in noi con tutta la sua forza santificatrice, sempre a nostra disposizione; l’esperienza concreta, però, ci dice che di fatto non sempre la lasciamo operare; da qui l’esortazione a rimanere nella parola e nella carità. La nascita da Dio, attraverso la parola e lo Spirito, elimina progressivamente il peccato, finché la forza del peccato non avrà lasciato posto assoluto ed esclusivo alla forza dello Spirito (Ro 6-8).

 

- una persona libera e originale

Il più grande messaggio liberatorio che Dio abbia comunicato agli uomini è stato enunciato dal profeta Geremia: " Questa è l'alleanza che io stipulerò con la casa d'Israele dopo quei giorni, dice il Signore: porrò la mia legge nel loro intimo, la scriverò sul loro cuore; sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. Uno non dovrà più istruire l'altro, né dire al fratello: 'Riconosci il Signore!', perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo fra di essi al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò le loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato" (Ger 31,31-34). Alla base dei nuovi rapporti con Dio sta la trasformazione del cuore, opera e dono di Dio. Il cuore trasformato rende possibile un rapporto di reciprocità fra Dio e la persona, la quale è in grado di rispondere positivamente all'amore preveniente di Dio: si potrà realizzare l'ideale espresso dalla formula dell'alleanza: "sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo". Ciò che era legge  esteriore diventa dono di Dio e libero movimento interiore. Ezechiele identifica questa forza con lo spirito di Dio (Ez 36,25-27). La volontà del Signore viene piantata direttamente nel cuore e nella volontà della persona, che agirà di propria iniziativa e spinta dal proprio amore.

E' un messaggio esaltante, che contiene tutto il sapore e il calore di un dono ricevuto e, contemporaneamente, la forza rasserenante di una libertà riconquistata e riconosciuta. Siamo entrati così nel nucleo della nuova alleanza: la volontà di Dio, scritta nel cuore dell'uomo, genera contemporaneamente la libertà e l'obbedienza.

E' soprattutto Paolo, nel Nuovo Testamento, che vede in Gesù la realizzazione della nuova alleanza: "Cristo ci ha liberati per la libertà" (Gal 5,1). L'espressione sintetizza sia l'opera di Cristo che la natura della vita cristiana.

Il cristiano redento sperimenta dentro di sé una nuova forza. Al posto della forza del peccato che lo teneva schiavo e che lo condannava alla morte, sente la forza liberante dello Spirito che si esprime in novità di vita (Gal 5,16-25). Non è più, quindi, il peccato che domina e dirige la carne, per cui il cristiano non cammina secondo la carne (Ro 6,2,18; 8,4). L'uomo è liberato completamente, fin dal suo intimo; non solo perdonato dalle trasgressioni esterne, ma liberato dalla forza interna che in quelle trasgressioni si esprimeva; non ha solamente corretto un comportamento, ma è animato da un nuovo principio, che è lo Spirito. Liberato dalla schiavitù del peccato, il cui frutto è la morte, il cristiano non è lasciato a se stesso; ora egli è schiavo di Dio, e ha per frutto la santità e per fine la vita eterna (Ro 6,20-22).

In questo contesto acquista significato la liberazione dalla legge. A tale proposito Paolo ha un’affermazione perentoria: “Ora siamo stati liberati dalla legge, essendo morti a ciò che ci teneva prigionieri, per servire nel regime nuovo dello Spirito e non nel regime vecchio della lettera” (Ro 7,6). Paolo afferma in termini inequivocabili: «sappiamo che l'uomo non è giustificato in virtù della pratica della legge, ma solo mediante la fede in Gesù Cristo» (Gal 2,16). Appoggiare la propria speranza di salvezza nell'osservanza della legge significa rendere vana tutta l'opera redentrice di Cristo: «se la giustizia si ottiene mediante la legge, allora Cristo è morto inutilmente» (Gal 2,21).

La legge è morta, è stata svuotata definitivamente di ogni funzione salvifica nel corpo di Cristo morto in Croce (Ro 7,4); il cristiano (= battezzato: cfr. Ro 6,1-11), attraverso la (morte di Cristo causata dalla) legge, è morto alla legge, liberato da essa (Gal 2,19). Guai rinunciare a questa libertà: sarebbe rinunciare a Cristo, il quale ci ha liberati proprio perché rimanessimo in questa libertà (Gal 5,1).

E’ evidente che così cambia anche la fisionomia del santo, perché sono trasformati i suoi rapporti con Dio e con Gesù Cristo. Egli non è più colui che chiede a Dio l’aiuto per poter essere fedele al suo impegno, ai suoi propositi o al suo cammino di perfezione; ogni prescrizione esterna diventa relativa: ciò che vale è la nuova vita in Cristo, infusa dallo Spirito Santo, principio di santità e di libertà (cf. Col 2,20-3,3).

La vera libertà si ha mediante l'infusione di un nuovo principio interiore di vita, che sostituisca il principio del peccato: «la legge dello Spirito che dà la vita ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte» (Ro 8,2).

Non si tratta, quindi, dell’emanazione di un codice più perfetto, ma di un principio interiore che dà la vita e la forza, che prima di tutto trasforma l'uomo animale in spirituale, il quale, quindi, spontaneamente e liberamente si esprimerà da uomo spirituale.

Perciò Paolo può dire: "Dov'è lo Spirito del Signore, ivi è libertà" (2Cor 3,17). Questa libertà, frutto della presenza e dell'azione dello Spirito Santo, è tutt'altro che espressione o conseguenza di spirito individualistico o di insubordinazione o rifiuto degli altri. Al contrario, è proprio da questo tipo di libertà che nasce l'impegno e la donazione di sé: "In Cristo non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità" (Gal 5,6): nella libertà la fede dimostra la propria fecondità e produce spontaneamente come frutto le opere che nascono dalla vita nuova, enumerate da Paolo nella lettera ai Galati: "Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé" (Gal 5,22-23).

Il cristiano non è liberato dagli altri uomini, ma dalla presunzione, dal peccato, dalla morte e dalla legge. La liberazione dal peccato è liberazione dall'egoismo e quindi apertura agli altri. S. Paolo è molto esplicito in proposito: «Voi, o fratelli, siete stati chiamati a libertà; solo non vogliate fare di questa libertà un pretesto per una condotta carnale» (Gal 5,13). Vera espressione di libertà è l'amore, il quale non può essere imposto da nessuna legge perché nasce spontaneamente solo nella libertà del cuore; solo chi ama esercita la propria libertà, per cui Paolo può dire: «la carità è il pieno compimento della legge» (Ro 13,10; Gal 5,14). Non c'è nessuna opposizione, quindi, fra la libertà e il servizio dell'amore, tanto che Paolo afferma: «nell'amore siate continuamente gli uni gli schiavi degli altri» (Gal 5,13b); e questo amore non è facoltativo, ma un dovere, un debito: «Non abbiate con nessuno alcun debito, eccetto quello di amarvi scambievolmente» (Ro 13,8); «portate ciascuno i pesi degli altri, e così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6,2).

           

-         un rapporto positivo con il mondo

Molta letteratura insiste su un motivo legato ai modelli di santità: la fuga dal mondo. Alcune figure di santi sono caratterizzate proprio dal loro abbandono del mondo, per dedicarsi esclusivamente a Dio. Il fenomeno è innegabile e pone alcuni interrogativi: si tratta di un atteggiamento di rifiuto totale del mondo, e quindi di un distacco da una realtà considerata come completamente negativa? chi ha abbandonato il mondo, che cosa ha inteso lasciare e che cosa ha voluto trovare? Molto spesso il santo contemplativo che ha incontrato Dio riscopre fra il mondo della creazione e il mondo degli uomini un’unità che altre persone normalmente non riescono a percepire.

Già nel vangelo di Giovanni emerge l’ambiguità dello stesso  termine “mondo”. Il mondo, cioè tutti gli uomini, è amato da Dio, il quale ha inviato il suo Figlio non per condannarlo ma per salvarlo (cf. Gv 3,16-17; 12,47); è diventato cattivo per decisione propria, rifiutando la luce di Cristo con l’incredulità (Gv 12,46-48; 16,8.9); perciò, col progredire del ministero di Gesù esso si va sempre più identificando con coloro che rifiutano Gesù, tanto che Giovanni arriva a considerare il mondo completamente avvolto dal maligno (1Gv 5,19), luogo di concupiscenza e di superbia (1Gv 2,16); si impone, perciò, una distinzione da questo mondo, al quale si deve rimanere estranei: né Gesù né i suoi discepoli sono da questo mondo (cf. Gv 8,23; 15,19; 17,14.16); i discepoli non dovranno amare il mondo e le cose che sono in esso (cf. 1Gv 2,15); d’altra parte, Gesù non prega perché i suoi discepoli vengano tolti dal mondo, ma perché siano preservati dal male (Gv 17,15).

Fondamentalmente, la radice dell’abbandono del mondo non è il rigetto radicale del mondo, ma il tentativo di recuperare un equilibrato e armonioso rapporto con il creatore e con tutta la sua creazione.

La fuga dal mondo testimonia la ricerca di una risposta alla doppia valenza del mondo: un mondo da amare e da santificare, perché contiene le vestigia di Dio creatore, e un mondo staccato da Dio a causa del peccato.

Il santo ha una visione sinfonica del rapporto fra la creazione e la redenzione. Con questa visione egli trova il suo posto e la sua missione nel creato. Egli nell’insieme del mondo non è un estraneo: con le altre creature vive nella casa di Dio. Tutta una tradizione, attestata dai Padri della chiesa, sottolinea l’armonia originaria fra uomini e animali nell’unico mondo; un’armonia fatta di solidarietà, somiglianza, condivisione dello stesso spazio e, come destino comune, il ritorno alla terra. Il santo si dichiarerà estraneo a un mondo che tenta di detronizzare Dio; vivrà nel mondo, ma non condizionato dalle cose del mondo.

Il santo, poi, vive un rapporto positivo in tutte le condizioni sociali nelle quali si viene a trovare: “ciascuno, fratelli, rimanga davanti a Dio in quella condizione in cui era quando è stato chiamato” (1Cor 7,24). Non c’è professione o attività che sia più o meno adatta alla vita cristiana. Questo significa che per lui sono cadute tutte le prescrizioni che dichiarano impure alcune cose, o persone, o situazioni e tutte le discriminazioni di carattere sociale, culturale o religioso. Il cambiamento che a lui è richiesto è interiore. Il cristiano fa le stesse cose degli altri, ma con spirito nuovo; anche lo schiavo, pur rimanendo nella sua condizione, è interiormente una persona libera (1Cor 7,22), e “quelli che usano delle cose di questo mondo vivano come se non le usassero” (1Cor 7,31). Il cristiano vive a contatto con le medesime realtà di tutti gli altri uomini, ma in un rapporto diverso. E proprio per questo la santità non separa dal mondo, ma inserisce in esso in un rapporto inedito.

E quale sia questo rapporto lo spiega ancora S. Paolo: “se siete risorti con Cristo cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle terrene” (Col 3,1-2).

Di fronte a queste parole si potrebbe pensare a un disprezzo per le cose della vita quotidiana e terrena, e a un mondo spirituale equivalente a un’alienazione. Una lettura attenta, però, mette subito a fuoco i due termini di confronto proposti da Paolo. La parte che appartiene alla terra sono la fornicazione, l’impurità, le passioni, i desideri cattivi e quell’avarizia insaziabile che è idolatria, assieme alle divisioni che tutto ciò provoca (cfr. vv. 5.11). Le cose di lassù, invece, sono quelle legate alla novità di vita, cioè misericordia, bontà, umiltà, mansuetudine, pazienza, perdono, e soprattutto carità (vv. 10.12-14). Il santo, quindi, non è invitato a estraniarsi dal mondo, ma a diventarne il lievito, e se è vero che egli è cittadino del mondo futuro, dove si trova la sua vera patria (cf. Fil 3,20), egli deve vivere in questo mondo la realtà nuova instaurata dalla risurrezione di Cristo, ricordando che ciò che rimarrà di questo mondo è la carità (1Cor 13,13).

Tutto ciò risveglia il cristiano dallo stato di torpore e lo colloca in una continua tensione verso il futuro. Ma anche questa tensione non avviene in forma individuale: legato come si sente a tutta la creazione, il cristiano coinvolge nel suo slancio tutto il mondo nel quale è immerso. La risurrezione di Gesù ha dato un nuovo senso e un nuovo impulso a tutta la sua vita. Egli sente di vivere nella provvisorietà, poiché l’opera avviata dalla risurrezione di Cristo sarà completata solo con la risurrezione anche del corpo. Attraverso il suo corpo, però, tutto l’universo creato viene coinvolto in questa trasformazione e sa di non essere votato alla distruzione.

E’ ciò che esprime Paolo in quel passo che è stato definito la perla più preziosa e brillante fra ciò che è stato scritto da mano d’uomo: “Io ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi. La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo” (Ro 8,18-23).

Non ci può essere visione più esaltante per illustrare la posizione dell’uomo nel mondo. Di fronte a questa visione, come potrebbe il santo estraniarsi o semplicemente disinteressarsi del mondo? In quest’ottica il suo impegno per la creazione acquista un peso e un senso particolare; il suo lavoro non è diretto al proprio interesse, ma la risposta a una vocazione e a una precisa missione: trascinare con sé il mondo verso il compimento dell’opera del creatore.

 

All’interno di questo mondo il santo riscopre se stesso: non più un dualismo manicheo e pessimistico, che rinnega il proprio corpo per rifugiarsi nel mondo ideale e astratto dello spirito, ma un rapporto integrale con Dio, in anima e corpo. Infatti, S. Paolo non sacrifica il corpo per l’anima o il materiale per lo spirituale. Tutto l’uomo è coinvolto nell’azione trasformatrice della risurrezione e la natura stessa, con i propri limiti e le evidenti debolezze, offre la base sulla quale Dio costruisce l’uomo nuovo, il santo. Il corpo ha la sua dignità, è vivificato dallo Spirito  e destinato alla trasformazione (cf. 1Cor 15,35-58).

 

Per rispondere alla domanda iniziale, possiamo affermare senza tema di smentita che di questi santi il mondo ha bisogno oggi.

 

                                                                                  Da Vita Minorum, 2006, n. 1.