La Risurrezione

mistero di vita

 

 

 

Abituati a meditare sui momenti più salienti della vita terrena di Gesù, come la nascita e la passione, spesso riserviamo la nostra riflessione sul mistero della risurrezione al periodo della pasqua. Eppure, si tratta di un mistero che investe tutta la nostra vita cristiana, nelle sue espressioni più semplici e abituali. Non per niente S. Paolo basa tutta la nostra vita cristiana sul fatto e sul mistero della Pasqua: “Se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede, e voi siete ancora nei vostri peccati” (1 Cor 15,17). Si comprende, allora, perché la prima predicazione degli apostoli è incominciata con l’annuncio della risurrezione di Gesù che, assieme alla sua morte, costituisce il nucleo del kerygma, o primo annuncio cristiano. Di fatto, è attorno al mistero pasquale (morte e risurrezione di Gesù) che la chiesa primitiva sviluppa tutta la predicazione, la catechesi e la celebrazione della salvezza operata da Gesù Cristo. Perciò, è partendo da questo nucleo che possiamo seguire lo sviluppo dell’enunciazione della nostra fede.

 

La risurrezione nella tradizione biblica e giudaica

 

Certamente, la risurrezione di Gesù è un evento assolutamente nuovo ed esclusivo della fede cristiana. Esso, però, si inserisce in un momento particolare nella storia della rivelazione donata da Dio agli uomini tramite il popolo della sua elezione. Infatti, una fede sulla possibilità di una risurrezione non è attestata nei primi stadi della rivelazione.

Stando alle testimonianze bibliche, vediamo che prima del secondo secolo avanti Cristo Israele non dimostra una fede nella risurrezione dai morti. Ritroviamo certamente un vocabolario di risurrezione, dove si parla di Dio che ridona la vita, fa rivivere, ma si tratta sempre di un linguaggio figurato, con il quale si vuole indicare che Dio interviene per liberare da situazioni paragonabili alla morte. Fra i testi più significativi possiamo ricordare Os 6, 1-2: “Venite, convertiamoci al Signore! poiché egli ci ha straziato e ci risana, ha percosso e ci fascia. Ci farà rivivere entro due giorni: al terzo giorno ci farà risorgere, così che viviamo dinanzi a lui"; Ez 37,1-6: "...Ossa aride, udite la parola del Signore. Così dice il Signore Dio: Ecco, mando in voi un soffio e rivivrete. Su di voi porrò i nervi, farò crescere la carne, vi coprirò con la pelle, porrò infine in voi un soffio e tornerete in vita; saprete che io sono il Signore"; Ez 37,11-14: "Queste ossa sono tutta la casa d'Israele ... Ecco, sto per aprire le vostre tombe; da esse vi farò uscire, o popolo mio, per ricondurvi nel paese di Israele ... Immitterò in voi il mio soffio e riavrete la vita, quindi vi installerò nel vostro paese; e saprete che io sono il Signore"; Is 26,19: “Vivranno di nuovo i tuoi morti, risorgeranno i loro cadaveri. Si sveglieranno ed esulteranno quelli che giacciono nella polvere, perché la tua rugiada è rugiada di luci; la terra restituirà le ombre"; Is 53,10-13: “[il mio servo] vedrà una discendenza longeva ... dopo il suo intimo tormento vedrà la luce ... io gli darò in premio la moltitudine, dei potenti egli farà bottino, perché si è offerto da sé alla morte ...”; Gb 19,25-27: "Sì, io lo so: il mio vendicatore vive, e per ultimo si ergerà sulla terra, e, dopo che sarà straziata la mia pelle vedrò Dio. Lo vedrò io, proprio: lo mireranno i miei occhi ...". Anche nelle preghiere dei salmi l’immagine della liberazione come risurrezione ricorre con frequenza; cf. Sal 49,16: “Certo, Dio redimerà la mia anima; dalle unghie dello sheol mi scamperà"; 73,24: “Nel tuo consiglio mi guidi e poi nella gloria mi prendi”; 16,9-11: “Perciò si rallegra il mio cuore ed esulta il mio intimo: sì, la mia carne riposa tranquilla. Perché non abbandonerai l’anima mia allo scheol, non farai che il tuo fedele veda la corruzione. Tu mi mostri il sentiero della vita, pienezza di gioia al tuo cospetto, delizie alla tua destra in eterno”.

Un passo decisivo verso una fede nella risurrezione individuale lo riscontriamo a partire dal II secolo avanti Cristo, in modo particolare in testi di carattere apocalittico e sapienziale. Nella maturazione di questa fede è certamente da riconoscere anche l’influsso di religioni e culture con le quali Israele è venuto a contatto. Assieme ad altra letteratura extrabiblica, in modo particolare apocalittica, il testo che più esplicitamente proclama la fede nella risurrezione individuale è Dn 12,2: “Molti di coloro che dormono nella terra della polvere si desteranno, questi alla vita eterna e quelli alla vergogna e al ludibrio eterno". A questa testimonianza si possono accostare altre testimonianze dalla tradizione sapienziale; cf. Sap 3,7-8: “Le anime dei giusti ... al tempo della loro ricompensa splenderanno e correranno cme scintille nella stoppia; giudicheranno le nazioni e domineranno i popoli e Dio sarà Signore per essi, pr sempre”; 5,15-16: “I giusti vivono per sempre e la loro ricompensa è nel Signore, e l'Altissimo siprende cura di loro. Così essi ricevono un regno splendido e un diadema meraviglioso dalla mano del Signore, che li protegge con la destra e li difende con il braccio”; sul loro sfondo si può comprendere meglio 2 Mac 7,9.13: “Tu, o scellerato, ci strappi dalla vita presente; ma il re del mondo farà risorgere per una vita eterna noi che siamo morti per le sue leggi ... E' meglio morire per mano degli uomini, quando si ha la speranza in Dio di essere di nuovo risuscitati da lui; per te, però, non ci sarà risurrezione alla vita”[1].

 

La risurrezione nel messaggio di Gesù

 

Gesù si inserisce in questo stadio della fede nella risurrezione. Come ci attestano i vangeli e gli Atti degli Apostoli, ai tempi di Gesù tutori di questa fede erano i farisei (At 23,6-9), in opposizione ai sadducei (cf. Mc 12,18-27; Mt 22,23-33; Lc 20,27-40). Alla provocazione dei sadducei, che gli portano l’esempio della donna che ha avuto sette mariti, Gesù risponde che negare la risurrezione significa misconoscere la potenza di Dio e il valore della sua parola rivelatrice e che ci sarà certamente una risurrezione dai morti, come affermano i farisei, ma che essa non consisterà in una rianimazione né in un ritorno alla vita terrestre[2]. A ulteriore illustrazione del pensiero di Gesù sono da ricordare altri discorsi legati al Regno e al mondo futuro, come la parabola del povero Lazzaro (Lc 16,19-31) e la parabola degli invitati, conclusa con la promessa della ricompensa di Dio “alla risurrezione dei giusti” (Lc 14,12-14); il segno di Giona (Mc 8,11-13 parr) che rimanda al Figlio dell’uomo che sarà nel ventre della terra per tre giorni e tre notti per uscirne vivo (Mt 12,40); i figli del Regno condivideranno il banchetto assieme ad Abramo, Isacco e Giacobbe (Mt 8,11-12); tutto ciò sarà introdotto dalla venuta in potenza del Figlio dell’uomo (Mt 24,30-31)[3]. Inoltre, è da tenere presente che nella redazione dei vangeli la prospettiva della risurrezione accompagna e conclude le predizioni della passione di Gesù (cf. Mc 8,31; 9, 31; 10, 33-34 e parr); l’istituzione dell’eucaristia ci rimanda al vino nuovo nel regno di Dio (cf. Mc 14,25; Lc 15,18) e dalla croce Gesù promette il paradiso al ladrone pentito (cf. Lc 23,43).

Ma alla risurrezione di Gesù i vangeli riserveranno una sezione speciale.

 

La risurrezione nella predicazione della chiesa primitiva

 

Se la risurrezione non è un tema centrale nella predicazione di Gesù, lo diventa invece nella predicazione della chiesa primitiva, perché tocca il mistero centrale dilla vita cristiana, cioè la risurrezione di Gesù. I discorsi contenuti negli Atti degli Apostoli ne sono una dimostrazione[4]. I riferimenti principali sono a sei discorsi contenuti negli Atti: At 2,14-40: Pietro nel giorno della Pentecoste; At 3,12-26: Pietro dopo la guarigione dello storpio; At 4,8-12: Pietro davanti al Sinedrio; At 5,29-32: Pietro e gli apostoli davanti al Sinedrio; At 10,34-43: Pietro a Cornelio; At 13,16-41: Paolo ad Antiochia.

Questa predicazione primitiva, o kerygma, è articolata attorno a un nucleo costituito dal binomio: “Voi l’avete ucciso – Dio l’ha risuscitato”. Dalla contrapposizione tra l’azione degli uomini e l’azione di Dio risalta, come momento dominante, l’azione di Dio; la seconda parte del binomio è la fondamentale ed è il tema che assume maggior rilievo; spesso ricorre due volte nel medesimo discorso.

La risurrezione è proclamata come evento escatologico, cioè, essa introduce gli ultimi tempi, quelli del compimento: “Si è adempiuta la profezia di Gioele: ‘Negli ultimi tempi, dice il Signore, effonderò il mio spirito su ogni persona…’ ” (At 2,16-21). Gli apostoli annunciano e testimoniano che Gesù è stato costituito giudice degli ultimi tempi, perciò invitano alla conversione (At 2,36ss). Il tema è sviluppato soprattutto nel primo discorso di Pietro in At 2,14-41: alla risurrezione è legata l’esaltazione di Gesù (cf. At 2,33.36, con riferimento a Sal 110,1); collocato al centro e come culmine della storia della salvezza Gesù è il grande profeta (At 3,22; cf. Dt 18,15), il discendente di David, il Servo umiliato ed esaltato (At 3,15.26; cf. Is 52,13; 53,11).

Alla risurrezione è intimamente legato il dono dello Spirito: “elevato al cielo mediante la destra di Dio e ricevuto da lui lo Spirito Santo promesso, egli lo ha effuso, come voi state vedendo ed ascoltando” (At 2,33; cf. Gioe 3). La salvezza introdotta dal mistero pasquale non è più ristretta al popolo d’Israele, ma ha una dimensione universale: “chiunque invocherà il nome di Signore sarà salvo” (At 2,21.39; cf. Is 57,19). La risurrezione, però, non è l’ultimo intervento di Dio: il suo compimento definitivo si avrà alla fine dei tempi, con l’ultima venuta del Cristo: “Dal Signore verranno tempi di sollievo, poi manderà colui che è stato destinato quale vostro Messia, Gesù, che il cielo deve ospitare fino ai tempi della rigenerazione universale, annunciata da Dio per bocca dei suoi santi profeti dell’antichità” (At 3,20s): dalla risurrezione, quindi, nasce una realtà in crescita, fino alla fine dei tempi[5].

 

La risurrezione negli inni e nelle professioni di fede del Nuovo Testamento

 

Non possiamo penetrare nel cuore della fede di una comunità senza riferirci alla sua professione di fede e alle formule della sua preghiera, testimoniate in maniera particolarmente evidente dai suoi inni. E sono proprio, in primo luogo, le professioni di fede e gli inni della primitiva chiesa apostolica che collocano la risurrezione di Gesù al centro della vita cristiana.

La testimonianza delle professioni di fede è molteplice, e va dalle espressioni più semplici alle formulazioni più articolate. L’acclamazione – confessione “Gesù è Signore” (cf. Fil 2,11; Ro 10,8s; 1 Cor 12,3) esprime non solamente la fede nella risurrezione di Gesù, ma proclama anche che la vita dei credenti si colloca sotto la sovranità di Dio. Una confessione più articolata proclama che “Gesù morì e fu risuscitato” (cf. 1 Tes 4,14; Ro 8,34; 4,24-25), fino ad arrivare alle lunghe professioni di fede contenute in 1 Tes 1,9-10; Ro 1,1-5 e soprattutto 1 Cor 15,1-11 dove la risurrezione segna l’apice dell’opera salvifica di Dio in Gesù Cristo ed è spiegata con riferimenti scritturistici e nei suoi effetti[6]. Queste professioni di fede ci dimostrano che la teologia della morte e risurrezione di Gesù è anteriore a Paolo: già i primi cristiani hanno collegato la morte di Cristo con i suoi effetti salvifici e la risurrezione con la vita dei credenti. E’ un accostamento che troverà sviluppo nei vangeli e negli scritti paolini.

Anche alcuni inni, certamente di uso liturgico, sottolineano il ruolo della risurrezione di Gesù nel mistero della salvezza e nella vita cristiana. Tra i più significativi troviamo Fil 2,6-11 sviluppato secondo lo schema umiliazione – esaltazione e che esalta Gesù come Signore del mondo[7]; è da questo momento e per questo motivo che Gesù ha ricevuto il nome di “Signore” (v. 9). Dio, che ha risuscitato Gesù, ha cambiato tutta la realtà esistente: il mondo è sottomesso a Cristo e coloro che lo riconoscono cadono in ginocchio e lo acclamano come loro unico Signore, di fronte al quale tutti gli altri signori della terra scompaiono. Secondo un altro inno, attestato in Ef 1,20-23, la risurrezione e intronizzazione di Gesù alla destra di Dio lo costituiscono sovrano al di sopra di tutte le potenze, per il tempo presente e per il futuro, capo della chiesa che è il suo corpo e pienezza dell’universo. Altre testimonianze troviamo in 1 Tim 3,16; 1 P 3,18-22; Eb 1,3-4[8].

 

Le tradizioni narrative della risurrezione

 

La fede nella risurrezione di Gesù è espressa non solo nelle confessioni e negli inni, ma prende corpo anche in tradizioni narrative che verranno riprese, sviluppate e reinterpretate nei quattro vangeli. Queste tradizioni sono concentrate attorno a due motivi: il sepolcro trovato vuoto il mattino di pasqua e le apparizioni del Risorto.

Il sepolcro trovato vuoto offre il contesto per mettere in bocca all’angelo l’annuncio della risurrezione. In un secondo momento lo stesso sepolcro vuoto sarà un appoggio per la fede nella risurrezione. Vari elementi concorrono a dare senso alla narrazione del sepolcro trovato vuoto. Prima di tutto la grande pietra rotolata: segno che Dio ha trionfato sulla potenza della morte liberando il suo Figlio; inoltre, il corpo di Gesù “non è qui”: Gesù è ormai altrove, sottratto non solo alla morte ma a qualsiasi vincolo e delimitazione; si aggiunge poi un terso elemento simbolico, cioè quello delle bende abbandonate, segno che il corpo di Gesù non ne ha più bisogno perché appartiene a un altro mondo.

Il motivo delle apparizioni del risorto è trasmesso da due tradizioni diverse: la prima lega le apparizioni alla Galilea, dove Gesù era vissuto e dove rimanda i suoi discepoli per apparire loro nella pienezza della sua potenza e dare avvio a un nuovo tipo di presenza (Marco e Matteo); l’altra tradizione concentra le apparizioni a Gerusalemme, dove ha trovato compimento la missione e la vita di Gesù e da dove prende avvio la missione della chiesa, condotta dallo Spirito (Luca e Giovanni). Le due tradizioni evidenziano aspetti diversi e complementari della risurrezione di Gesù, che verranno poi sviluppati dalle narrazioni evangeliche[9].

 

La risurrezione nel messaggio di Marco

 

Se partiamo dalla considerazione che Marco è probabilmente il primo vangelo che fu scritto, leggendo la sua versione dei fatti di pasqua si potrebbe pensare che la sua sia semplicemente la narrazione meno sviluppata, senza particolari angolature teologiche. A una lettura più attenta, però, ci si accorge che una tale impressione è solo superficiale. Alcune osservazioni rendono ragione di  questo giudizio.

Prima di tutto, partiamo dal presupposto, ormai acquisito, che alla redazione originale di Marco appartengono solo, nel loro complesso, i vv. 1-8 del capitolo 16, mentre i vv. 9-20, pur appartenendo al vangelo canonico, sono un’aggiunta posteriore[10]. Quindi, per Marco tutti gli eventi della pasqua sono concentrati in 8 versetti, nei quali risaltano immediatamente alcune particolarità: non si trova nessuna descrizione dell’evento della risurrezione in se stesso, ma solo la constatazione di una situazione successiva all’evento; non è riportata e neppure enunciata nessuna apparizione del Risorto effettivamente avvenuta, mentre sappiamo che l’annuncio pasquale degli altri evangelisti e di Paolo insiste su questo elemento; il racconto è tutto concentrato sulle donne che si recano al sepolcro, scoprono il sepolcro aperto e ricevono un annuncio; le stesse donne ricevono pure l’ordine di trasmettere un messaggio ai discepoli e a Pietro, ordine, però, che esse non eseguono per paura; inoltre, l’annuncio da trasmettere non è il messaggio pasquale, bensì l’appuntamento in Galilea.

Sono elementi che sembrerebbero impoverire il racconto di Marco, ma che invece sono in coerenza con la visione teologica di tutto il vangelo. Si sa che preoccupazione costante di Marco è di legare la fede cristiana non tanto al Cristo glorioso quanto al mistero della croce e del Cristo nascosto. E’ per questo che Marco lega il mattino di pasqua al racconto della passione. Infatti, le stesse donne (almeno alcune di esse) sono presenti alla crocifissione (Mc 15,40-41) e alla sepoltura di Gesù; esse “stavano ad osservare dove veniva deposto” (Mc 15,47), naturalmente con l’intenzione di ritornarvi. Inoltre, l’ordine dell’angelo di indirizzare i discepoli e Pietro in Galilea per vedere Gesù (Mc 16,7), ricalca le parole di Gesù che all’ultima cena predice la dispersione dei discepoli: “Tutti rimarrete scandalizzati, poiché sta scritto: ‘Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse’ (Zc 13,7). Ma, dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea” (Mc 14,27-28). L’incontro in Galilea significa la riunificazione della comunità dispersa, la quale vede Gesù con gli occhi della fede più che con l’evidenza della dimostrazione esterna. Di fatto, le donne al sepolcro non vedono il Risorto ma solo una figura celeste dalla quale ricevono un annuncio: la fonte della loro fede è l’annuncio; anche la fede della comunità cristiana è basata solo sull’annuncio, e ciò spiega l’assenza di visioni del Risorto nel racconto di Marco. Neppure sull’esperienza delle donne è basata la fede della comunità, tanto è vero che, inaspettatamente, le donne, invece di trasmettere il messaggio dell’angelo, “non dissero niente a nessuno, perché avevano paura” (Mc 16,8).

Marco ci dice che la fede della comunità nasce dall’incontro con il Risorto “in Galilea”, luogo dove è vissuto abitualmente il Gesù terreno e dove sta nascendo e sviluppandosi la chiesa; è la “Galilea delle genti” che sarà illuminata dalla luce dell’intervento salvifico finale di Dio (cf. Is 8,29-9,1).

Le donne, quindi, personificano il processo della fede cristiana in Cristo risorto, che rimane un mistero incomprensibile; per questo “le donne fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di timore e di spavento” (Mc 16,7); colui che cercano è sempre “Gesù Nazareno, il crocifisso”; l’importante è che ormai il Gesù storico, visibile con gli occhi, non esiste più, perché il sepolcro è aperto e vuoto; chi lo vuole vedere deve andare in Galilea, dove la comunità cristiana lo vede con gli occhi della fede. Ecco perché, mentre è sepolto alla sera, al calar della luce (Mc 15,42), l’esperienza pasquale delle donne avviene al levar del sole (Mc 16,2): l’annuncio del risorto è la luce che illumina la fede[11].

 

La risurrezione nel messaggio di Matteo

 

Matteo rivela un interesse e una situazione particolari nel narrare la risurrezione di Gesù. Pur mantenendo lo schema tradizionale che distingue i fatti legati al sepolcro dalle successive apparizioni, egli inserisce in entrambi i momenti materiale suo proprio.

Esclusivo di Matteo è il collegamento dell’apertura dei sepolcri e della risurrezione di molti santi morti con la morte di Gesù; anche questi santi risuscitati apparvero a molti nella città dopo la risurrezione di Gesù (Mt 27,51-53). Allacciandosi alla tradizione biblica alla quale abbiamo accennato all’inizio, Matteo ci vuol dire che la morte e risurrezione di Gesù costituiscono un evento escatologico e l’inizio di una nuova era[12]. 

Anche sotto l’aspetto letterario Matteo mostra una sua caratteristica, e cioè, egli descrive l’apparizione del Risorto in Galilea come la vera conclusione del suo messaggio su Gesù Cristo. La scena che conclude il Vangelo, Mt 28,16-20, si presenta come un epilogo che riprende il tema enunciato nel prologo del Vangelo: mentre la nascita di Gesù annunciata dall’angelo a Giuseppe è interpretata come il compimento della profezia di Isaia sull’Emmanuele “Dio con noi” (Mt 1,23), il Vangelo si conclude con la promessa del Risorto: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20)[13]. Inoltre, la narrazione pasquale è disposta in due fasi secondo il dinamismo: annuncio – incontro; prima le donne ricevono l’annuncio e poi i discepoli diffondono il messaggio. l’annuncio della risurrezione raggiunge il suo scopo solo con l’incontro con il Risorto.

Ma anche nella narrazione dei fatti di Pasqua Matteo rivela una situazione e una finalità particolari[14]. L’argomento del sepolcro trovato vuoto sembra non avere tutta la forza probativa che poteva sembrare, visto che ai suoi tempi circola ancora la diceria che i discepoli hanno trafugato il corpo di Gesù (Mt 27,62-66; 28,11-15). Anche l’apparizione di Gesù ai discepoli in Galilea non sembra un argomento che provi in maniera indiscussa la risurrezione di Gesù, dal momento che “alcuni però dubitarono” (Mt 28,17). La fede nella risurrezione non è basata solo sulle parole dell’angelo, ma direttamente sulle parole di Gesù, riportate dall’angelo: “è stato risuscitato, come aveva detto” (Mt 28,6). L’espressione ci rimanda al discorso fatto dai capi sacerdoti e dai farisei a Pilato: “ci siamo ricordati che quel seduttore da vivo ha detto: dopo tre giorni risorgerò” (Mt 27,63). Il messaggio dell’angelo contiene solo l’invito a visitare il sepolcro e a recarsi in Galilea (Mt 28,6-7).

La fede pasquale si basa esclusivamente nelle parole di Gesù: il Gesù terreno ha predetto la risurrezione e il Risorto proclama: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra … Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,16-20), senza dimostrazioni visive.

La narrazione di Matteo mostra un altro centro d’interesse: dalla risurrezione di Gesù la chiesa attinge la sua vocazione nel mondo: “Andate, dunque, e fate mie discepole tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19). E’ finito il tempo nel quale il messaggio di salvezza è contenuto entro i limiti del popolo della promessa. Così, la chiesa vive la fede nella risurrezione non come un fatto storico al quale aderire con la sola mente, ma come un rapporto personale con Cristo dal quale attinge il senso e la direzione della propria vita e della propria missione.

 

La risurrezione nel messaggio di Luca

 

Anche Luca rilegge e propone il messaggio della risurrezione secondo una sua ottica particolare. A rivelarci le caratteristiche del suo messaggio sono alcuni cambiamenti che egli introduce nel materiale tradizionale e l’introduzione di episodi o di particolari non riportati dagli altri evangelisti.

Tre sono i cambiamenti che egli inserisce nel materiale tradizionale. Prima di tutto viene ridimensionato il ruolo delle donne nella nell’origine e trasmissione del messaggio pasquale. E’ un fatto che sorprende, conoscendo l’attenzione di Luca per la presenza e il ruolo delle donne nella vita e soprattutto nella passione di Gesù. Le loro parole agli Undici “parvero loro come un vaneggiamento e non credettero ad esse” (Lc 24,11); nonostante il loro annuncio, i discepoli di Emmaus lasciano la città delusi e se ne tornano a casa (Lc 24,23). Le parole di Luca, comunque, tradiscono come un rimprovero contro le varie forme di incredulità circa le apparizioni.  Viene invece rafforzato il numero e il ruolo degli angeli: sono due, in forma umana (Lc 24,4), e quindi in grado di rendere testimonianza valida, secondo le prescrizioni di Dt 17.6; 19,15. Anche il contenuto dell’annuncio angelico è diverso: nessun riferimento al sepolcro vuoto né un invio dei discepoli ad incontrare Gesù in Galilea, bensì solo un rimando alle parole pronunciate da Gesù vivo quando era in Galilea: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell’uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno” (Lc 24,5-7). Anche le donne credono non per il sepolcro vuoto, ma perché “si ricordarono le sue parole” (Lc 24,8). La fede pasquale è basata esclusivamente sulle parole di Gesù.

Neppure le apparizioni del Risorto sono alla base della fede pasquale. Luca riporta alla chiesa madre, radunata attorno a Pietro, le varie esperienze di apparizione. Sono eliminate le apparizioni in Galilea e sono riportate due apparizioni nell’ambiente di Gerusalemme: una ai due discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35) e una agli Undici a Gerusalemme (Lc 24,36-43). Ma neppure queste apparizioni sono il fondamento della fede pasquale. Infatti, quando i due discepoli di Emmaus tornano a Gerusalemme per riferire l’accaduto, trovano la comunità che già pronuncia la sua professione di fede: “il Signore è risorto ed è apparso a Simone” (Lc 24,34)[15]. Anche gli Undici sono titubanti di fronte all’apparizione del Risorto e “per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti” (Lc 24,41), tanto che Gesù vuole mangiare in loro presenza (Lc 24,42-43). Non i destinatari delle visioni, ma la comunità radunata attorno a Pietro è garante della fede pasquale. E’ la chiesa che rilegge e comprende le parole del Cristo prepasquale, guidata dal Risorto che fa comprendere il senso delle Scritture e delle stesse parole di Gesù: “Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte di me nella legge di Mosè, nei profeti e nei salmi … Il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno … di questo voi siete testimoni … E io manderò su di voi quello che il Padre mio mi ha promesso …” (Lc 24,44-49).

L’episodio dei discepoli di Emmaus colloca la fede pasquale all’interno della vita quotidiana della comunità cristiana. Luca articola il racconto in due parti secondo un chiaro dinamismo: nella prima parte (vv. 13-27) i viandanti camminano insieme sulla via, ma distanziati da una reciproca incomprensione; nella seconda parte (vv. 28-35) allo spezzare del pane avviene l’incontro e il riconoscimento[16]. La terminologia usata da Luca conferisce al brano una colorazione eucaristica (cf. At 2,42.46; 20,7.11; 27,35; Lc 22,19; 1 Cor 10,16; 11,24)[17]. La parola della Scrittura e il pane eucaristico sono i due “luoghi” nei quali gli uomini di tutti i tempi possono incontrare e riconoscere la presenza di Cristo risorto[18].

La risurrezione è il compimento delle Scritture e della parola di Gesù, ma contemporaneamente è l’avvio di una nuova fase della storia, condotta dalla forza dello Spirito, inviato dal Risorto come dono, e proclamata attraverso la testimonianza degli apostoli. Di fatto, questa storia, narrata negli Atti degli Apostoli, inizia con la ripresa del motivo del dono dello Spirito e della testimonianza: “avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (At 1,8)[19]. L’equipaggiamento del testimone della risurrezione inviato in missione è espresso chiaramente da tutto il contesto: deve comprendere la Scrittura alla luce della persona di Cristo (v.44), accogliere il kerygma della morte e risurrezione (v. 46), essere riverstito dello Spirito, la forza che viene dall’alto (v. 49)[20]. Così, la risurrezione segna il compimento della parola di Gesù e l’inizio della vita e della misione della chiesa.

 

La risurrezione nel messaggio di Giovanni

 

L’originalità di impostazione e di visione teologica che caratterizza il vangelo di Giovanni nei confronti degli altri vangeli si riflette, naturalmente, anche nel modo con cui parla della risurrezione. Si può quasi dire che la risurrezione invade o pervade tutto il vangelo di Giovanni. Infatti, il Gesù giovanneo più che di un uomo terreno ha la caratteristiche del risorto. La gloria che la fede scorge in lui (Gv 1,14; 17,24) è quella acquisita mediante l’esaltazione nella croce. Nella croce, infatti, Giovanni vede già presenti tutti i frutti  di salvezza che sono dono del Cristo pasquale. E’ per questo che la morte è l’ora dell’esaltazione, come è indicato nelle tre predizioni della passione (Gv 3,14; 8,28; 12,23s.32s). Della sua risurrezione Gesù parla fin dall’inizio del vangelo: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere … parlava del tempio del suo corpo” (Gv 2,19-21). Solo il Cristo risorto può richiedere la fede nella sua persona e nella sua parola, può dire di essere il pane di vita (Gv 6,62s), può dare l’acqua viva (Gv 4,10.14; 7,37s), può dire di essere la risurrezione e la vita (Gv 11,25): tutto ciò è possibile dopo che Gesù ha donato la sua “carne per la vita del mondo” (Gv 6,52).

In quanto Gesù è il Risorto può dare la vita a chi vuole: “Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole” (Gv 5,21); egli comunica la vita attraverso la sua parola, che va accolta con fede: “chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita … è venuto il momento, ed è questo, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che l’avranno ascoltata vivranno … verrà l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno …” (Gv 5,24-28): il Risorto dà fin d’ora la vita eterna e darà la risurrezione finale alla fine dei tempi.

E’ ciò che egli ripete a Marta e a Maria di fronte alla tomba di Lazzaro: Gesù non solo è risorto, ma è “la risurrezione e la vita” e ciò assicura non solo la risurrezione finale, come afferma Marta (Gv 11,24), ma fin d’ora dà una vita non destinata alla morte (v. 26). La risurrezione di Lazzaro[21] è un segno che non solo preannuncia la risurrezione di Gesù, ma mostra il potere che ha Gesù di donare la vita.

Questa visione pasquale del Cristo giovanneo si riflette anche nella narrazione dei fatti di pasqua[22]. Anche Giovanni, come gli altri evangelisti, divide la sua narrazione secondo i due momenti tradizionali: la visita al sepolcro e le apparizioni, che egli interpreta da una sua ottica particolare.

Sostanzialmente Giovanni segue la tradizione attestata da Marco e Matteo per quanto riguarda la successione degli avvenimenti, e cioè, i fatti legati al sepolcro vuoto con il messaggio affidato alle donne per i discepoli e le apparizioni con la missione dei discepoli; segue, invece, la tradizione di Luca concentrando tutti gli avvenimenti a Gerusalemme.

Giovanni offre una versione sua propria sia dei fatti legati al sepolcro che delle apparizioni ai discepoli. La prima esperienza al sepolcro vuoto è quella di Pietro e Giovanni e non quella di Maria Maddalena la quale “quand’era ancora buio vide che la pietra era stata ribaltata e corse e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo” (Gv 20,1-2). I primi a guardare dentro il sepolcro sono i due apostoli e da loro nasce la fede pasquale. Pietro entra e vede le bende per terra e il sudario piegato in un luogo a parte[23]. Anche Giovanni entra, “vede” le medesime cose, ma con occhio diverso: “vide e credette” (Gv 20,8): il sepolcro vuoto è un segno che, all’occhio della fede, rivela il mistero di Gesù. Anche la comprensione delle Scritture nasce dalla fede nel Cristo risorto, e non viceversa: “infatti, non avevano ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti” (Gv 20, 9). Il sepolcro vuoto, quindi, non è una prova storica della risurrezione, ma un segno per la fede. Giovanni crede prima della apparizioni: egli è “il discepolo che Gesù amava (Gv 20,2; cf. 13,23; 19,26; 21,20), simbolo del credente legato a Gesù da un particolare rapporto amoroso: egli è il più veloce a raggiungere il sepolcro e il primo a giungere alla fede: da lui nasce la fede pasquale, poi condivisa con gli altri apostoli. Assieme a un primato legato a Pietro esiste anche un primato dell’amore[24], e dall’amore scaturisce una particolare intuizione nel comprendere il mistero. Si tratta di una fede che ancora non vede in pienezza, ma che nel segno intravede il mistero. Infatti, dopo la visita al sepolcro i due apostoli “se ne tornarono di nuovo a casa” (Gv 20,10): la cosa essenziale è accaduta ma non ha ancora stravolto la loro vita.

Maria, invece, si ferma vicino al sepolcro. La sua esperienza pasquale non è ancora incominciata. Essa piange ancora per l’assenza del “mio Signore” (Gv 20,13), vivendo la situazione già predetta da Gesù: “in quel giorno piangerete e vi lamenterete” (Gv 16,20). Dopo gli apostoli anch’essa si china verso il sepolcro dove scorge due angeli, i quali, però, si limitano a interrogare la donna sul motivo del suo pianto, senza dare alcun messaggio. L’annuncio pasquale è riportato direttamente alla rivelazione e testimonianza di Gesù. Come i discepoli di Emmaus, Maria in un primo momento vede ma non riconosce Gesù, scambiandolo per il giardiniere: è ancora legata all’immagine del maestro terreno. Lo riconosce quando Gesù la chiama per nome: “Maria!” (Gv 20,16): è il rapporto di intimità che intercorre fra il pastore e le pecore (Gv 10,3.4.14.27): è la situazione postpasquale, dopo che Gesù ha dato la sua vita per le pecore (Gv 10,11.15); Maria riconosce Gesù non dalla sua forma esterna ma dalla sua voce. E’ Gesù stesso che proclama il messaggio pasquale, ma in termini nuovi: non parla di risurrezione dai morti, bensì di un nuovo rapporto di comunione dei discepoli con lui e con il Padre. Non sono solo servi o solo amici (Gv 15,15), ma fratelli: “va’ dai miei fratelli e dì loro: io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (Gv 20,17): la pasqua è la creazione di una nuova comunione familiare, come Gesù aveva predetto nell’ultima cena (Gv 17,20-23). Se Gesù sale al “Padre mio e Padre vostro” indica che il suo cammino è anche quello dei discepoli[25]. Questo è il messaggio pasquale pronunciato da Gesù e che Maria deve trasmettere ai discepoli. La trasmissione del messaggio è importante e urgente, perciò Maria non deve indugiare nel trattenere Gesù[26], ma deve andare ad annunciare che ha visto “il Signore”: dopo avere udito le parole di Gesù la professione di fede di Maria è completa: Gesù non è più solo il “maestro” (Gv 20,16), ma “il Signore”[27]. Il discepolo ha creduto ed è tornato a casa, Maria ha visto e corre a trasmettere il messaggio del Risorto.

Anche il secondo motivo della tradizione pasquale, quello dell’apparizione ai discepoli (Gv 20,19-29), è rielaborato da Giovanni in maniera originale. Anche per Giovanni l’apparizione del Risorto è legata alla missione della chiesa. La possibilità del dubbio sulla risurrezione, già presente nei sinottici, in Giovanni è impersonata dall’atteggiamento di Tommaso, illustrato in un episodio che si verifica a otto giorni di distanza dall’apparizione al gruppo degli apostoli.

Nella prima apparizione (Gv 20,19-23) Gesù dà personalmente il suo ultimo messaggio alla chiesa. Egli mostra le piaghe per sottolineare la sua identità con il Crocifisso, ma anche per mostrare da dove proviene il dono della pace. L’unica reazione dei discepoli è quella della “gioia di vedere il Signore” (Gv 20,20): è il dono pasquale che Gesù aveva promesso (Gv 16,22). Dono pasquale per eccellenza sono la pace e lo Spirito Santo (per la pace cf. 14,1.27; 16,33; per lo Spirito Santo cf. 14,26; 15,26), che stanno alla base anche della gioia. Nella pasqua la chiesa scopre le radici della sua missione, che è collegata alla missione di Gesù e quindi parte dal Padre: “Come il Padre ha mandato me, così io mando voi” (Gv 20,21; cf. 17,18). Per tale missione essa riceve il dono dello Spirito Santo:  “Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi” (Gv 20,22s). La missione e il dono dello Spirito costituiscno il cuore di tutta la scena, e richiamano i discorsi di addio (Gv 13-17). Si sa che per Giovanni il grande peccato è l’incredulità (cf Gv 3,16-21). Qui, Gesù risorto dona alla sua chiesa lo Spirito non per la conoscenza della verità ma per il perdono dei peccati che parte da Dio e passa attraverso Cristo e la chiesa[28]. Emerge così la preoccupazione fondamentale che caratterizza il messaggio giovanneo: la vita in comunione con il Signore e la missione nel mondo.

L’assenza di Tommaso dal gruppo che ha visto il Signore offre l’occasione per sviluppare il tema del dubbio nella risurrezione. Gesù compare di nuovo dopo otto giorni non per conferire anche a Tommaso i poteri già conferiti agli altri del gruppo, ma per convincerlo alla fede. La scena descrive il processo di fede dell’apostolo. Da principio egli cerca la prova; alla fine, però egli crede non per la prova che gli viene offerta, ma per la presenza di Gesù risorto (non è detto che egli abbia toccato le piaghe), e giunge ad un perfetto atto di fede: “Mio Signore e mio Dio” (Gv 20,28). Le ultime parole di Gesù a Tommaso segnano il passaggio dal tempo dei testimoni oculari al tempo di coloro che credono senza aver visto con gli occhi fisici: “beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (Gv 20,29): non è per il vedere fisico che si crede. Lo sbaglio iniziale di Tommaso è stato di non avere accolto la testimonianza di coloro che avevano visto il Risorto. Senza sottovalutare le apparizioni e le varie esperienze oculari, Giovanni ricorda che anche i discepoli si sono accostati a Gesù non attraverso l’evidenza ma attraverso la fede e colloca nella medesima beatitudine tutti coloro che crederanno in futuro[29].

 

La risurrezione nel messaggio di Paolo

 

Anche per Paolo la risurrezione di Gesù costituisce un perno del messaggio cristiano. Paolo ricorda il fatto storico della risurrezione nella formula di fede riportata in 1 Cor 15,3-8; però, oltre che essere un fatto storico essa ha un senso più profondo per gli effetti che ha prodotto e le novità che ha creato; la risurrezione si è inserita nella storia infondendo in essa una energia nuova.

Prima di tutto essa ci fa conoscere la persona di Gesù Cristo e il significato di tutta la sua esistenza. E’ l'atto di amore con il quale il Padre riconosce e glorifica il Figlio (Ro 1,4). Per noi è importante notare un aspetto fondamentale legato alla risurrezione: "il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l'ultimo Adamo divenne spirito datore di vita" (1 Cor 15,45). Cristo risorto è in grado di trasmettere, di donare la sua vita. Egli, pur rimanendo il Figlio unico del Padre, è il primogenito di molti fratelli (Ro 8,29).

Morte e risurrezione di Cristo, se storicamente rappresentano due momenti distinti della sua vita, costituiscono, però, l'unico mistero che è alla base della nostra speranza[30]. E' da qui che dobbiamo comprendere il senso dell'espressione di S. Paolo: "se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede, e voi siete ancora nei vostri peccati" (1 Cor 15,17). Ciò non significa solamente che senza la risurrezione la nostra fede manca di solida dimostrazione; Paolo afferma che senza la risurrezione la nostra fede manca di contenuto, la nostra speranza è senza fondamento, e non esisterebbero né una trasformazione reale né una vita nuova. Se Cristo non è risorto, non è cambiato nulla né per lui né per noi. Il cristiano, invece, è colui che è stato coinvolto nella risurrezione di Cristo, e così tutto è cambiato in lui: tutto è nuovo e diverso: "Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove" (2 Cor 5,17). Si tratta di "rinascita e rinnovamento" (Tit 3,5): è ripresa da capo la prima creazione ed è anticipata la trasformazione futura[31]. Siamo in sintonia con quanto scrive Paolo ai cristiani di Roma: "Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione" (Ro 6,4-5).

 

Apocalisse: il cristiano è già un risuscitato

 

Tutto il messaggio dell’Apocalisse è incentrato sulla persona di Cristo risorto e sulla sua presenza nella comunità cristiana e nel mondo. Ma sorge una domanda: la partecipazione del cristiano alla risurrezione e  vittoria di Cristo è rimandata esclusivamente al tempo futuro? Il presente è solo periodo di pazienza e di aspettativa? L’Apocalisse offre una risposta a questo interrogativo.

Già la comparsa e le caratteristiche del primo cavaliere di Ap 6,2 ci indirizzano a una positiva valutazione della storia. Il cavaliere bianco non solo è destinato alla vittoria, ma è già vincitore. Il lettore attento ha appena sentito in Ap 5,5 che il vincitore è l’agnello immolato e risorto e che la sua vittoria consiste proprio nella sua morte e risurrezione. Anche se avrà il suo compimento ultimo e definitivo alla conclusione della storia, la vittoria è già instaurata con il mistero della pasqua; la risurrezione di Gesù  sta alla base di ogni altra vittoria riportata dai suoi seguaci durante tutta la storia.

Per la sua adesione a Cristo il fedele è già un vincitore, perché partecipa alla vittoria di Cristo (Ap 3,21; cf. 5,5s). Il fondamento e l’arma della sua vittoria sono il sangue dell’agnello sacrificato e risorto e la parola della testimonianza (Ap 12,11). Anche se l’anticristo ha il potere di sopraffare  e può vantare un’effimera vittoria (Ap 13,7), il vero trionfatore è sempre colui che rimane fedele a Cristo (Ap 15,2), poiché, come per Cristo, anche per lui la morte è vittoria, in quanto la forza della risurrezione di Cristo opera già in lui. Egli, infatti, è inserito nella vita e dignità di Cristo. L’attento lettore dell’Apocalisse, quindi, è in grado di vedere i vincitori non nei potenti o prepotenti, ma nei fedeli, nei credenti, nei martiri (cf. Ap 2,7.11.17.26; 3,5.12.21; 12,11; 15,2; 21,7)[32].

Nessuna meraviglia, quindi, se il cristiano, già vincitore e associato a Cristo, è considerato un risuscitato: egli vive la prima risurrezione (Ap 20,4-6). Siamo così introdotti nel problema dell’interpretazione del regno millenario[33]. Data la molteplicità dei riferimenti che fanno da sfondo a questa immagine, non meraviglia la varietà e diversità di interpretazioni di questo periodo[34]. Il contesto generale e l'insieme dei motivi presenti in Ap 20,4-6 sembrano indirizzarci a leggere il periodo dei mille anni in una prospettiva non cronologica ma qualitativa: è la situazione di coloro che si sono uniti alla vita del Cristo risorto e con lui concorrono all'attuazione del regno di Dio; sono inclusi i credenti e soprattutto i martiri, accomunati dalla loro vittoria su satana[35]. Solo chi si è contrapposto alla bestia avrà la vittoria e la vita.

Il cristiano, quindi, con il battesimo è un risuscitato, perché vive già la nuova vita pasquale, cioè la vita eterna, che è più forte della morte fisica e quindi egli non ha motivo di temere la morte seconda, cioè la condanna eterna (Ap 2,11; 20,6.14).

Con la vita pasquale, che è la prima risurrezione, il cristiano ha acquisito una dignità regale e sacerdotale (Ap 1,6; 5,10) e, vivendo il regno di Dio, domina sovrano sugli eventi del mondo e regna nella storia. Pur soggetto alle prove e alle sofferenze (Ap 1,9), egli partecipa alla vita di Cristo, morto e risorto, che tiene in mano le sorti del mondo (Ap 5,6-7). E’ il periodo dei mille anni, nel quale la comunità cristiana è chiamata a svolgere la sua missione nella storia.

Anche all’interno della storia, quindi, il cristiano non è un perdente o un rassegnato, ma un vincitore: egli ha già vinto il male nelle sue radici più profonde e nelle sue espressioni esistenziali, e già vive quella presenza salvifica che gli fa pregustare la vittoria finale[36].

 

E’ risorto ed è qui

 

Tutte le testimonianze del Nuovo Testamento ci mostrano quanto sia riduttivo limitare la risurrezione di Gesù alla storia passata e concernente solo Gesù. Gesù, risuscitato allora, è vivo oggi, in me, nella chiesa, nel cuore della storia; trasforma la mia vita presente e la apre alla vita futura; mi inserisce nel corpo spirituale di Cristo e mi apre a tutti gli altri membri del medesimo corpo; trasforma la qualità della mia vita facendo emergere precise esigenze etiche che affondano le radici nell’amore di Cristo che ha offerto per me la sua vita e nel dono dello Spirito che mi è stato donato; mi affida una missione di perdono per l’eliminazione del peccato che impera nel mondo. Con la risurrezione io proclamo e considero effettivamente Gesù Cristo come il Signore della mia vita[37].

Ciò che oggi manca al credente è il linguaggio efficace che aiuti a scoprire la presenza del Risorto nella storia e a nutrire ancora la speranza, ad elevare i desideri e le aspettative che sono appiattite sui valori terrestri. Ma, forse, l’inadeguatezza del linguaggio denuncia una troppo flebile esperienza di incontro con il Cristo della pasqua.

 

                                                                                  Da Vita Minorum, 2005, n. 3.



[1] Sulla fede nella risurrezione nella tradizione biblica e giudaica cf. P. Grelot, La résurrection de Jésus et son arrière-plan biblique et juif, in La résurrection du Christ et l’exégèse moderne, Cerf, Paris 1969, pp. 17-53; B. Rigaux, Dio l’ha risuscitato, Paoline, Ciniseòllo Balsamo 1976, pp. 13-39; X. Léon Dufour, Risurrezione di Gesù e messaggio pasquale, Paoline, Cinisello Balsamo 1973, pp. 56-63.

[2] Cf. B. Rigaux, Dio l’ha risuscitato, pp. 41-81.

[3] Cf. Grelot, La résurrection, pp. 39-49.

[4] Se negli Atti non possiamo affermare di trovarci di fronte a testimonianze di discorsi pronunciati nei termini e nelle circostanze che ci vengono proposti, tuttavia non possiamo pensare neppure a una pura creazione redazionale di Luca, per cui possediamo elementi sufficienti che ci autorizzano a considerarli come una testimonianza credibile della predicazione primitiva; cf, fra gli altri, J. Dupont, I discorsi di Pietro, in Id., Nuovi studi sugli Atti degli Apostoli, Paoline, Cinisello Balsamo 1985, pp. 53-102; B. Rigaux, Dio l’ha risuscitato, pp. 83-90.

[5] Cf. B. Rigaux, Dio l’ha risuscitato, pp. 92-108; Ph. Seidensticker, La resurrezione di Gesù nel messaggio degli evangelisti, Paideia, Brescia 1978, pp. 15-32.

[6] Cf. J. Kremer, La testimonianza di 1 Cor 15,3-8 sulla risurrezione di Gesù, in Dibattito sulla risurrezione di Gesù (GdT 29), Queriniana, Brescia 1969, pp. 17-36.

[7] Una dimostrazione che l’inno è prepaolino è anche il fatto che Paolo usa abitualmente lo schema: morte – risurrezione e che Gesù è il Signore della chiesa.

[8] Sulla risurrezione nelle professioni di fede e negli inni cf. B. Rigaux, Dio l’ha risuscitato, pp. 155-238); X. Léon Dufour, Risurrezione di Gesù, pp. 35-129; Ph. Seidensticker, La resurrezione di Gesù, pp. 32-40.

[9] Cf. X. Léon-Dufour, Risurrezione di Gesù, pp. 159-230; B. Rigaux, Dio l’ha risuscitato, pp. 239-425; Ph. Seidensticker, La resurrezione di Gesù, pp. 75-182.  

[10] Su questa posizione ormai converge la generalità degli autori. Cf. B. Rigaux, Dio l’ha risuscitato, pp. 256-262; X. Léon Dufour, Risurrezione di Gesù, pp. 233-248.

[11] Sull’interpretazione della pericopa cf. B. Rigaux, Dio l’ha risuscitato, pp. 255-277; X. Léon-Dufour, Risurrezione di Gesù, pp. 233-248; Ph. Seidensticker, La resurrezione, pp. 106-110.  

[12] Cf. E. Denaux, Matthew’s Story of Jesus’ Burial and Resurrection (Mt 27,57-28,20), in R. Bieringer, V. Koperski, B. Lataire, Resurrection in The New Testament, Peters, Leuven 2002, pp. 123-145.

[13] Anche altri elementi del capitolo 28 richiamano motivi presenti nei vangeli dell’infanzia: il governatore Pilato richiama Erode, le guardie al sepolcro richiamano i soldati al comando di Erode, gli angeli sono presenti in entrambi i contesti…;  cf. X. Léon Dufour, Risurrezione di Gesù, pp. 250-252.

[14] Cf. Ph. Seidensticker, La resurrezione, pp. 110-117.

[15] E’ interessante notare come la formula di fede attestata dalla comunità di Gerusalemme in Lc 24,34 corrisponde alla formula tramandata da Paolo in 1 Cor 15,5: “Cristo fu risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture e apparve a Cefa e ai Dodici”:  sono sottolineati il ruolo di Pietro e dei dodici  e l’adempimento delle Scritture.

[16] Cf. J. Gillman, The Emmaus Story in Luke-Acts revisited, in R. Bieringer, V. Koperski, B. Lataire, Resurrection in The New Testament, Peters, Leuven 2002, pp. 165-188.

[17] Cf. B. Rigaux, Dio l’ha risuscitato, pp. 310-321.

[18] Cf. X. Léon Dufour, Risurrezione di Gesù,  pp. 281-287.

[19] Cf. Ph. Seidensticker, La resurrezione, pp. 117-134.

[20] Cf. B. Rigaux, Dio l’ha risuscitato, pp. 360-365.

[21] Stando al linguaggio del Nuovo Testamento, è un termine improprio parlare di “risurrezione” di Lazzaro; infatti, mentre Lazzaro è stato restituito alla vita di prima per poi morire di nuovo, la risurrezione di Cristo e quella del cristiano è un entrare in una vita nuova, qualitativamente diversa da quella terrena; per questo, nel caso di Lazzaro qualche autore usa il termine inconsueto di “risuscitamento”.

[22] Per l’esegesi dei capitoli 20 e 21 di Giovanni cf. la portentosa opera in 4 volumi con 5 tomi di A. Gangemi, I racconti post-pasquali nel Vangelo di San Giovanni, voll. 1-3, Ed. Galatea, Acireale 1989-1993; vol. IV in 2 tomi, Ed. Arca, Siracusa 2003.

[23] Le bende a terra e il sudario piegato ci fanno pensare che simili indumenti non hanno più nulla a che fare con Gesù; questo particolare distingue la sorte di Gesù da quella di Lazzaro, il quale esce dalla tomba ancora avvolto nelle bende (cf. Gv 11,44):  il corpo di Lazzaro è ritornato alla vita di prima e le bende hanno ancora presa su di lui, mentre il corpo di Gesù è entrato in una vita nuova nella quale le bende non avranno più alcun senso; cf. X. Léon Dufour, La Risurrezione di Gesù, pp. 304s.

[24] Cf. X. Léon Dufour, Risurrezione di Gesù,  p. 306.

[25] Cf. A. Gangemi, I racconti post-pasquali, vol. 1, pp. 242-245.

[26] Molto si discute sulla traduzione e interpretazione di Gv 20,17: “non continuare a trattenermi (greco: me mou aptou), infatti non sono ancora salito al Padre, ma va dai miei fratelli …”; il rapporto diretto è istituito fra: “non trattenermi” e “va’ dai miei fratelli”, e fra “non sono ancora salito al Padre” e “io salgo al Padre mio”; meno comprensibile diventa il testo se si istituisce un rapporto diretto fra il “non trattenermi” e “non sono ancora salito al Padre”; cf. X. Léon Dufour, Risurrezione di Gesù,  pp. 311-314; B. Rigaux, Dio l’ha risuscitato, pp. 322-327; per la storia dell’interpretazione di questo versetto cf. A. Gangemi, I racconti post-pasquali, vol. 1, pp. 227-232.

[27] Alcuni autori vedono nella prima esclamazione di Maria (“Rabbuni !” = Maestro) l’espressione di una fede imperfetta, che confonde il Risorto con il Gesù terreno; fra gli altri cf. I. de la Potterie, Genesi della fede pasquale secondo Gv 20, in Id., Studi di cristologia giovannea, Marietti, Genova 1986, pp. 191-214.

[28] Cf. B. Rigaux, Dio l’ha risuscitato, pp. 366-374.

[29] Cf. Ph. Seidensticker, La resurrezione, pp. 135-182.

[30] Sul valore salvifico della resurrezione cfr. S. Lyonnet, Il valore soteriologico della risurrezione di Cristo (Rom 4), in Id., La storia della salvezza nella lettera ai romani, D'Auria, Napoli 1966, pp. 167-196; D.M. Stanley, Christ's Resurrection in Pauline Soteriology, Pontificio Istituto Biblico, Roma 1961, pp. 195-199; U. Wilckens, Risurrezione, Queriniana, Brescia 1975. Rimane classico il primo approccio globale di F.X. Durrwell, La risurrezione di Gesù mistero di salvezza, Paoline, Roma 1962.

[31] Cf. R. Penna, Problemi e natura della mistica paolina, in Id., L'apostolo Paolo, Studi di esegesi e teologia, Paoline, Cinisello Balsamo 1991, pp. 658-660.

[32] Sul significato del verbo vikào (= vincere) nell’Apocalisse cf. O. Bauernfeind, in Grande Lessico del Nuovo Testamento, VII, 1017-1020; A. Feuillet, Le premier cavalier, in Zeitschrift für die Neutestamentliche Wissenschaft 57 (1966) 240: F. Hahn, Die Sendschreiben der Johannesapokalypse, in Tradition und Glauben, Fs. K.G. Kuhn, Göttingen 1971, pp. 381-390.

[33] Le difficoltà di interpretazione di questo periodo, o meglio, di questa categoria, dipendono dall'impossibilità di comporre in una visione unitaria e conseguente motivi a noi non familiari, ma presenti in altri testi della letteratura apocalittica (cf. 4 Esr 7,28-31; Bar sir 29,3-30,1). Nella tradizione biblica la benedizione e l’alleanza sono legate al tema della terra e di un regno messianico, naturalmente temporale (cf. Gen 13,14ss; 15,18ss...; 2 Sam 7,11ss; Is 4,2ss; 10,20ss; Ger 50,4s; Ez 36,24ss...); ma sono soprattutto le descrizioni ideali e paradisiache dei tempi messianici che ci offrono le immagini di un mondo in cui trionfa solo il bene: la pace, la giustizia... (cf. Is 2,4; 11,6ss; 30,26; 35,3-10; 36,8-11; 65,16-25; Ez 36,8-11; Mi 4,3ss; Os 2,18-19...). Si aggiunga, poi, la testimonianza nel N.T., soprattutto di Paolo, sulla partecipazione dei cristiani alla risurrezione di Cristo, e quindi anche al suo trionfo (cf. 1 Tes 4,13-18; 1 Cor 15,23.50-53). Sono tutti punti di riferimento che aiutano a comprendere singole componenti della descrizione del periodo di mille anni in Ap 20,4-6.

[34] Per una panoramica delle varie interpretazioni cf. H. Bietenhard, Das tausendjährige Reich, Berne 1944; Ch. Brütsch, La clarté de l'Apocalypse, Labor et Fides, Genève 1966, pp. 322-335; P. Prigent, L'Apocalisse di S. Giovanni, Borla, Roma 1985, pp. 596-600; per il periodo delle origini cf. G. Kretschmar, Die Offenbarung des Johannes. Die Geschichte ihrer Auslegung im 1. Jahrtausend, Calwer Verlag, Stuttgart 1985, 71s; C. Mazzucco e E. Pietrella, Il rapporto tra la concezione del millennio nei primi autori cristiani e l'Apocalisse di Giovanni, in Augustinianum 18 (1978) 29-45. Per una visione del tema all'interno della vasta storia dell'interpretazione dell'Apocalisse cf. G. Maier, Die Johannesoffenbarung und die Kirche, Mohr, Tübingen 1981.

Pur con varie sfumature o sostanziali differenziazioni interne, possiamo raggruppare le varie interpretazioni in due filoni: quello dell'esegesi letterale, millenarista, proiettata verso un futuro storico, e quello dell'interpretazione simbolica, spirituale, applicata alla realtà salvifica presente. Il primo filone, appoggiandosi soprattutto alla tradizione apocalittica e a quella biblica sulla trasformazione di questo mondo, e al contesto narrativo, che pone il regno millenario prima degli ultimi eventi e dopo che Satana è stato legato, fra la prima e la seconda risurrezione, con la partecipazione anche delle nazioni (cf. Ap 20,3-8), assieme ai martiri e ai confessori, vede nei mille anni una anticipazione in terra delle benedizioni divine che avranno il loro compimento nel futuro (cf. H. Stadelmann, Das Zeugnis der Johannesoffenbarung vom tausendjährigen Königreich Christi auf Erden, in G. Maier, Zukunftserwartung in biblischer Sicht. Beiträge zur Eschatologie, Brockhaus/Brunnen, Wuppertal/Giessen 1984, pp. 144-160). In una visione profetica, verrebbe presentato un periodo storico futuro in cui Dio manifesterà la sua gloria. Il secondo filone, invece, appoggiandosi al contesto prossimo e remoto e alla simbologia generale del libro, vede nel millennio il periodo inaugurato dalla risurrezione di Cristo, che si estende fino alla consumazione finale.

                Alcuni motivi della scena sembrano indirizzarci verso quest’ultima linea interpretativa. Protagonisti del trionfo sono "le anime dei martiri": l'espressione, che ci ricorda le anime dei martiri che gridano in Ap 6,9,  sembra non volerci portare necessariamente al periodo successivo alla risurrezione dei corpi. Inoltre, l'Apocalisse contiene altre descrizioni delle anime dei testimoni in attesa della risurrezione, analoghe a quella di Ap 20,4-6; cf. Ap 7; 14,1-5; 15,2-3; 1,5-6; 5,9-10  (cf. J. Comblin, Le Christ dans l’Apocalypse, Desclée, Tournai 1965, pp. 214-218).  Infine, la prima risurrezione è quella che non fa temere la seconda morte, cioè la condanna eterna, e introduce alla dignità sacerdotale e regale (Ap 20,6): è la comunione con Cristo che libera dal giudizio.

[35] Cf. U. Vanni, La promozione del regno come responsabilità sacerdotale del cristiano, in Id., L’Apocalisse. Ermeneutica, esegesi, teologia, EDB, Bologna 1988, pp. 366s; Id., Regno “non da questo mondo” ma “Regno del mondo”. Il Regno di Cristo dal quarto Vangelo all’Apocalisse, in Ibid., p. 300. Secondo J.W. Taeger, Johannesapokalypse und johanneischer Kreis, De Gruyter, Berlin 1989, pp. 163-171 l’autore dell’Apocalisse si rifà al pensiero di una risurrezione riservata ai soli giusti e la congiunge con la concezione di un interregno messianico; in considerazione dell’urgenza di una disponibilità al martirio la prima risurrezione e il susseguente potere sono da leggere come riservati ai martiri.

[36] Cf. T. Vetrali, Il messaggio spirituale dell’Apocalisse, in G. Barbaglio (a c.), La Spiritualità del Nuovo Testamento, EDB, Bologna 1988, pp. 319-343.

[37] Cf. B. Rigaux, Dio l’ha risuscitato, pp. 429-553; X. Léon Dufour, Risurrezione di Gesù, pp. 371-425; Id, Apparition du Ressuscité et herméneutique, in La Résurrection du Christ et l’exégèse moderne (Lectio Divina 50), Cerf, Paris 1969, pp. 153-173.